martedì 26 settembre 2017

Famiglie Cannibali- "Hungry Hearts" di Saverio Costanzo

Sono colpita da come si sia evoluto il concetto di genitorialità, soprattutto a partire dalla mia generazione, forse la prima di figli a cui è stato concesso tutto in termini materiali. Fino ad allora la prole era quasi l'obbligato coronamento di un matrimonio, e chi non ne aveva era guardato con compassione, come qualcuno cui la Natura, non la volontà personale che si dava per scontata, avesse negato l'occasione di una vita piena e completa. Oggi i bambini sono pianificati, previsti, cercati; arrivano talvolta per caso, ma sempre meno. Così, è cambiato anche il loro ruolo e la loro funzione interna alla famiglia e l'attenzione di cui sono oggetto da parte dei genitori, generando conseguenze spesso negative nel momento in cui devono entrare nel mondo, seguire regole comuni e rispettare l'altro. Mettere in dubbio la santità della genitorialità è quasi una bestemmia in Italia, ma qualche sera fa “Hungr y Hearts” mi ha dato la certezza che non sono l’unica ad avere di questi pensieri.

La famiglia è cambiata, da elemento di un tessuto sociale si è progressivamente trasformata in un organismo mono cellulare unico e irripetibile, ogni nucleo a sé, separato dagli altri, simili solo per costituzione (esseri di diversa provenienza che convivono e -non sempre, ma accade- si riproducono). Questo isolamento ha trasformato anche i figli in esseri unici, diversi da ogni altro e tanto più preziosi in quanto estensione e riflesso diretto dei genitori, in grado di somigliargli appagando il loro narcisismo, di amarli e di essere amati soddisfacendo un bisogno emotivo. Il sentimento di separazione dal resto del mondo può generare come conseguenza la convinzione che il nostro modo di vivere sia migliore e più puro degli altri e che per preservare i figli sia necessario agire e crescerli diversamente dagli altri.
“Hungry Hearts” è anche, ma non solo, la rappresentazione di questo tentativo di mantenersi al di fuori del gruppo, della massa, che può contaminare la prole e di conseguenza la famiglia. La madre ossessionata dalla purezza, che rifiuta per il suo piccolo il cibo che tutti gli altri bambini mangiano causandone un rallentamento nella crescita, che non lo espone al sole e nemmeno lo porta fuori casa per sette mesi è tanto più agghiacciante quanto sincera e ostinata nella sua convinzione -secondo un altro cliché della maternità italiana- di conoscere il proprio figlio meglio di chiunque altro e di sapere, in virtù di questo, cosa sia meglio per lui, di poterne disporre come di un bene che è suo, solo suo. Non è casuale credo, se non ho sentito chiamare il bambino per nome durante tutto il film: conteso tra il padre e la madre e strappato dalle braccia dell'una e dell'altro in continuazione, egli perde la sua identità e diventa un oggetto, è una proprietà al cui possesso nessuno vuole rinunciare, calpestando il partner e il rapporto da cui quel figlio è nato. In una reazione imprevista, ciè che doveva unire distrugge. Serrati nel conflitto, i protagonisti vivono un incubo claustrofobico (la sequenza nel loro appartamento ripresa dall'alto con lenti deformanti è angosciante, le voci che arrivano lontane, ovattate e sembrano provenire dal nulla) da cui non sembra esserci via d'uscita e la cui posta (non possiamo dimenticarlo per un solo istante) non è solo la vita del bambino, ma tutto il suo essere: ciò che potrà essere e diventare e desiderare sarà inevitabilmente fagocitato da questa guerra interna alla famiglia.
Saverio Costanzo, che già mi aveva sorpreso con “La solitudine dei numeri primi” mi convince definitivamente che si può uscire dagli stucchevoli e triti schemi del cinema italiano scoprendo i conflitti, i sentimenti e le angosce di cui si fa fatica ad ammettere l'esistenza, almeno da noi. Alba Rorhwacher è bravissima, riesce ad attirare l'antipatia dello spettatore come una calamita, nonostante la sua convinzione alimenti il dubbio che potrebbe pure avere ragione, la sceneggiatura è quella di un thriller in cui la tensione viene alimentata in maniera lenta e costante, mentre la scelta di limitare i personaggi e usare ambientazioni d'interni e inquadrature strette per la maggior parte del tempo dà perfettamente il senso di essere in trappola, isolati e soli dei due giovani. Speriamo solo che Saverio Costanzo non faccia la fine di Paolo Sorrentino.


mercoledì 20 settembre 2017

Vietato guardarlo in tv: DUNKIRK

Le guerre recenti non lasciano segni tangibili, non su di noi che le osserviamo dallo schermo televisivo e se non abbiamo un parente direttamente coinvolto come militare in missione non ne veniamo toccati. I film ad argomento bellico seguono quest'evoluzione, ribaltando completamente la prospettiva rispetto al passato: non più celebrazione delle vittorie e dello spirito patriottico, ma condanna della guerra e dei metodi con cui viene condotta (come se ci fossero metodi migliori, più o meno etici). I risultati però non sono in grado di eguagliare per popolarità nessuna delle grandi pellicole del passato (con l'eccezione di "Apocalypse Now" e "Full Metal Jacket") e anche quando vincono molti Oscar (come ad esempio “The hurt locker”) mi sembra rimangano un oggetto un po' distante, non in grado di toccare corde emotive profonde in occidente. Ecco allora registi come Clint Eastwood con “Lettere da Iwo Jima” o Spielberg con “Salvate il soldato Ryan” rivolgersi alla Seconda Guerra Mondiale, che rimane nella memoria collettiva l’evento più drammatico, in grado di suscitare ancora grande emozione. Il messaggio può essere lo stesso di “Jarhead” o “Full metal jacket”, ma è indubbio che faranno maggiore presa su un pubblico più vasto.

“Dunkirk” con tutto questo non c'entra molto, non è un film patriottico, non è un film sull'orrore della guerra, probabilmente non è nemmeno un film di guerra, anche se la vicenda, che vide nel 1940 centinaia di migliaia di soldati inglesi e francesi circondati dai tedeschi, bloccati sulla spiaggia in attesa di essere portati in salvo in Inghilterra, veramente vicinissima, rappresenta uno degli episodi più radicati nella memoria dei britannici, anche se si trattò nella sostanza militare di una tremenda sconfitta.

L’evento storico rappresenta la struttura su cui Christopher Nolan crea una narrazione quasi
astratta che sconfina nel sogno, nonostante o forse grazie al realismo esasperato, essenziale, povero di dialoghi e di visioni eroiche. L’azione è costruita su tre punti di vista e tre piani temporali di durata diversa: quello a terra di un soldato inglese che cerca di lasciare Dunkirk in ogni maniera e si aggrega man mano ad altri (una settimana), quello in mare dell’equipaggio di un piccolo yatch che parte dalle coste inglesi per andare a recuperare i soldati (un giorno) e quello in aria di tre piloti della RAF (un’ora); la loro diversa estensione crea un intreccio tra presente e passato prossimo, contraendo e dilatando il tempo dell’azione e disorientando lo spettatore. Questo impianto è governato da un ritmo preciso sottolineato dalla colonna sonora industriale, sempre presente in sottofondo come il rombo di un motore, un battito che diventa allarme con l'arrivo dei caccia nemici e torna battito, continuamente.
La spiaggia di Dunkirk è un luogo surreale e sospeso tra il mare (simbolo dell'ignoto) e il nemico, invaso dall’acqua e dalla morte, aperto e claustrofobico, in cui i piani spaziali si ribaltano togliendo letteralmente la terra da sotto i piedi. Sopra il mare e la spiaggia i tre piloti di Spitfire rappresentano qualcosa di celeste, impalpabile, quasi psichedelico e divino. Il loro volo è entusiasmante, le riprese sono eccezionali come forse prima solo in “La battaglia d’Inghilterra”
ma col procedere della battaglia la loro missione assume sempre più una sfumatura onirica, fino a quando il caccia di Farrier (pilota che resta senza volto fino alla scena finale) arriva a Dunkirk col serbatoio ormai vuoto e continua a volare, abbatte l’ultimo aereo nemico e prosegue, sorvolando silenzioso l’infinita distesa di sabbia, allontanandosi dalle colonne di soldati in attesa, come se potesse veramente volare per sempre. Solo lui, una volta atterrato e fatto prigioniero, farà un incontro concreto col nemico, che rimane sempre invisibile ma di cui si avverte la presenza, mai chiamato per nome per tutto il film.
L’equipaggio della Moonstone ha il ruolo di mantenere il legame con la concretezza degli accadimenti storici; furono i civili ad avere la parte più rilevante nel portare in salvo gran parte dei soldati inglesi, e dalle labbra del proprietario della barca che escono alcune delle frasi più patriottiche, parole che oggi suonano inutilmente retoriche e che tuttavia rappresentano il pensiero e l’idea cui gli inglesi si aggrappavano per resistere. Qui si consuma fisicamente la frattura fra questo patriottismo e il terrore, lo shock di chi ha vissuto la battaglia. D’altronde, lo stridere tra le dichiarazioni di Churchill lette dal soldato Tommy e la realtà da lui vissuta sono evidenti nel finale, in cui emergono questioni terribili e probabilmente poco indagate, come quella del senso di colpa dei giovani reduci da quella spaventosa sconfitta e l’astio dell’esercito nei confronti dell’aviazione.

La meraviglia di "Dunkirk" sta nel raccontare un evento storico con un realismo totale, privo di decorazioni e della retorica che contraddistingueva non solo le pellicole americane degli anni 50/60 ma anche quelle successive, e contemporaneamente spingersi oltre, in una dimensione
rarefatta, simbolica e metafisica in cui ciò che vediamo, la spiaggia, i soldati in fila, il mare, le navi e gli aerei sono trasfigurati, diventano una visione, un miraggio.
Lo spettatore è totalmente coinvolto e partecipe, quando una nave di soccorso viene affondata noi siamo lì dentro, e quando gli aerei tedeschi sparano siamo con la faccia nella sabbia, tanto che nel momento in cui il comandante della marina Bolton (Kenneth Branagh) avvista la flotta di barche civili salgono agli occhi lacrime di commozione.

In controtendenza con la cinematografia contemporanea in cui la narrazione fa perno su
un unico protagonista, Nolan crea un coro dolente in cui riconosciamo alcuni personaggi particolari, ma di cui resta una memoria collettiva.

Segnalo una chicca da cinefili, nella versione originale è presente un cameo di Michael Caine
che dà ordini via radio ai piloti degli Spitfire. Purtroppo a causa del doppiaggio non si
può apprezzare.

Non vi consiglio di aspettare che "Dunkirk" sia trasmesso in televisione, è un film da vedere assolutamente al cinema, nelle condizioni migliori.
Nota a margine: devo ringraziare Christopher Nolan per un'altra cosa, essere riuscito a far venire mio padre al cinema con me dopo decenni (l'ultima volta fu nell'83 per “La zona morta”). E il film gli è pure piaciuto. Grazie, Chris!

domenica 26 marzo 2017

Il diritto di scegliere (e di sbagliare) dei disabili

Qualche sera fa ero a cena con delle colleghe che come me lavorano nel campo della sordità. Una di loro si trova a far fronte ad un caso di abbandono scolastico da parte di uno studente adolescente che segue da tre anni. Come capita a molti di loro, vezzeggiati e di fatto emarginati dall'assistenzialismo statale, è stato inglobato da un gruppo religioso che grazie a evolutissimi sistemi di marketing e ulteriore assistenzialismo offre ai sordi un porto sicuro e -apparentemente- senza responsabilità; quindi non c'è motivo per faticare ulteriormente, raggiungere una qualifica professionale e magari un giorno lavorare, con tutto ciò che ne consegue. La collega era abbastanza depressa, si sentiva di aver fallito il suo compito.

Se si lavora con la disabilità, prima o poi ci si trova ad affrontare queste situazioni, specialmente se si ha a che fare con adolescenti, che per natura si rivoltano contro i buoni consigli, o famiglie problematiche che non sono in grado di fare il bene del proprio figlio o neppure riescono a immaginare quale possa essere, a me è capitato e ci sono rimasta molto male: quando t'impegni in un lavoro sociale non puoi fare a meno di vedervi uno spunto di miglioramento, tuo e degli altri. Non perché si voglia cambiare il mondo, ma perché lo si vorrebbe far funzionare meglio, rendere più armonico, ed essere coinvolti in quest'armonia (d'altronde il precariato e le paghe da fame previsti in questo campo testimoniano che è la passione a spingere educatori, assistenti alla comunicazione etc.). Vedere il risultato del proprio lavoro è bellissimo, ci si sente di aver avuto le giuste intuizioni e di aver lavorato bene, di avercela fatta nonostante condizioni difficilmente a nostro favore.
Quando invece le cose non vanno come ci saremmo aspettati siamo portati a prendercela con noi stessi o con chi ci ha ostacolati o con entrambi. Peggio ancora se chi ci delude è proprio colui/colei verso cui gli sforzi erano diretti, che avremmo dovuto facilitare e condurre verso una strada di successo e felicità, in quei casi è quasi automatico ritenersi gli unici responsabili.
Inutile dire che le vittorie o le sconfitte non sono in questo campo ascrivibili all'operato di una sola persona o entità. Ci sarà sicuramente una figura di riferimento, chi costruisce e chi distrugge, ma nessuno (nemmeno la famiglia, che a mio parere è la base su cui si costruisce ogni cosa) potrà arrogarsi totalmente merito di un risultato o la responsabilità di un fallimento.
Anche perché, cosa intendiamo per fallimento? Il fatto che i nostri piani, le minuziose progettazioni, programmazioni, equipe, tutti gli incontri coi genitori e i docenti, con gli educatori e i riabilitatori, non portino al lieto fine che ci eravamo raccontati, l'amara constatazione di avere sbagliato le previsioni e di dover scrivere sulla scheda di relazione finale “obiettivo non raggiunto”.

Se sono i disabili a rifiutare tanto dispendio di energie si rimane interdetti, non ci si spiega come mai non siano disposti ad accettare il nostro aiuto, visto che tutto è fatto per il loro bene. Su, dai, pensiamo alla nostra esperienza: abbiamo sempre mangiato le verdure quando ce lo diceva la mamma? Abbiamo evitato di metterci col fidanzatino che era inviso a mamma e papà o studiato diligentemente per prendere tutti 10 al liceo? Abbiamo tutti fatto le scelte migliori per noi stessi? Io, lo ammetto, no e sono ancora qui a pensare, magari dopo decenni, a quelle scelte.
Perché per i disabili dovrebbe essere diverso? Perché non dovrebbero essere liberi di sbagliare e imparare dai propri errori? Perché ogni loro passo deve essere programmato da altri, gestito, e attutito? Anche oggi, anche nei casi meno gravi, moltissimi adolescenti disabili vengono indirizzati verso scuole che non scelgono, percorsi di studio che altri decidono per loro, fanno esperienze guidate della vita, che non prevedono insuccessi e sconfitte. Ma neanche grandi lezioni. La libertà di sbagliare, la stessa che ci dovremmo concedere noi, tutti i ragazzi se la prendono, quando possono, e affermano così la loro identità: non sono te, non sono voi, sono IO. 
Per quanto mi possa dispiacere la scelta del mio studente neo diplomato che sceglie di non proseguire gli studi ma di aggregarsi al gruppo religioso di cui sopra e accontentarsi di fare l'uomo delle pulizie piuttosto che il tecnico di computer come avevamo progettato (era stata una sua idea, tra l'altro), non è un mio problema, non devo essere io a decidere, ma lui. Sbaglia? Può darsi, ma non è la mia opinione che conta, qui. Un adolescente normodotato potrebbe fare le stesse cose e non creerebbe tanta ansia alle persone che lo circondano. Eppure integrazione e normalità sono fatte anche di cose che rendono il disabile meno perfetto, meno ubbidiente a nostra immagine e somiglianza, ma più umano. Quello che possiamo fare noi é consigliare, rafforzare, aiutare quando ci viene chiesto, limitare i danni, ma l'errore è un sacrosanto diritto di tutti. E questo viene anche a nostro vantaggio come operatori: cambiando prospettiva e rinunciando a essere esseri miracolosi e infallibili, saremo anche sollevati dalla mostruosa responsabilità che ci siamo accollati e la potremo restituire ai ragazzi, perché imparino a prendere decisioni con la loro testa (i genitori invece portano comunque il peso di ogni avvenimento che tocca i loro figli).

Non sto dicendo di lasciare i ragazzi con disabilità a loro stessi e obbligarli a pensare da soli a tutto, ma a rispettare le loro scelte, anche quelle che ci sembrano sbagliate. Dobbiamo esserci quando serve a loro, non quando serve a noi. Non dargli fiducia equivale a considerarli stupidi e incapaci, e non lo sono. Hanno risorse che neanche possiamo sognare, che intervengono proprio quando la situazione sembra disperata. Ricordo una ragazza che portai alla maturità, la famiglia che non aveva accettato la sua disabilità e zittiva i propri sensi di colpa con grande dispendio di denaro, senza ascoltare le sue vere esigenze. Era impaurita, capricciosa, viziata. Oltre il liceo, senza una scusa per uscire di casa, vedevo un futuro fosco attenderla. Invece, proprio dopo la maturità, ha cominciato a vivere, ha tirato fuori energie insospettate e da quello che so sta finalmente acquisendo una propria autonomia rispetto alla famiglia. I ragazzi, se lasciati liberi, ce la fanno. E se cadono, come tutti, si rialzano. Lasciamoli cadere, lasciamoli rialzare.





venerdì 6 gennaio 2017

Ecco la Befana!

Da qualche anno ormai ripropongo questo post di Ciambella che contiene un suo fumetto sulla Befana; lo faccio anche oggi, penso che l'Epifania sia bella tanto quanto e forse più del Natale, del quale non ha i tempi convulsi e gli obblighi, e che per questo mantiene, per chi lo conosce, il suo significato, che sia quello della religione cristiana o quello precedente, più antico ma anche più vasto.
Immagine reperita su internet, per il fumetto cliccate sul link!
Mi piacerebbe disegnare un fumetto sulla Befana, magari riportando la storia e le evoluzioni di questa tradizione. Per ora vi lascio al fumetto di Ciambella, buon divertimento e Buona Befana!

sabato 24 dicembre 2016

Un anno abbastanza terribile

Chi segue (o seguiva) questo blog avrà notato quanto poco sia stato pubblicato in questo 2016. Non si è trattata solo di pigrizia, ve lo assicuro. Da un paio di anni in qua Ciambella si è disinteressata della gestione del blog, per motivi sacrosanti che non ha bisogno di spiegare. Dal mio canto, non ho voluto strombazzare il matrimonio mio e di Speck (nel 2015) perché non ce n'era bisogno e gli accadimenti successivi, se descritti, sarebbero stati solo repliche di vecchi post, quindi una gran noia.
Spesso ho aperto il blog pensando Adesso scrivo un post sull'immigrazione, sul referendum, sul lavoro coi disabili... ma alla fine più che la voglia di scrivere m'è mancata quella di lamentarmi e forse anche di mostrare alcuni cambiamenti nel modo di vedere le cose che mi hanno molto addolorata ma che alla fine ho dovuto accettare, seppure con difficoltà. Perché, innanzitutto, quando si cambia opinione su certe cose è perché ci si sente traditi da ciò che abbiamo creduto giusto e ci tocca dare ragione a un'idea che mai e poi mai avremmo voluto appoggiare. Chissà se riesco a spiegarmi. Vi dico solo che quando ho ascoltato Questa canzone ho pensato "Eccomi qua!", almeno per certi versi.

A parte questo, il 2016 mi ha portato diverse batoste, soprattutto di quelle sottili come una coltellata nel fianco, che non capisci da dove è venuta e quale necessità ci fosse di rifilartela. Roba di lavoro, che mi ha convinta che è tempo di cambiare, pure se non so quale direzione prenderò. Sono consapevole che le carogne e le persone disoneste si trovano dappertutto, solo che quando ci si ha a che fare in certi ambienti tutto appare più squallido.

A fine estate se n'è andata l'amata Miciccia, la gattina dei miei genitori: è un dolore potente, che ha sorpreso anche me che amo gli animali e che non trova consolazione.

E poi siamo stati tutti schiaffeggiati dalla perdita di David Bowie, Prince e tutti quei talenti la cui presenza era una guida, una consolazione, e che ci hanno lasciati a volte in maniera così assurda e inaspettata che ancora adesso non ci siamo ripresi dallo shock.

Se dovessi citare qualcosa di positivo di quest'anno dovrei pensarci un po' e poi vi direi che ho cucito molto più del solito, mi sono re-iscritta all'università, ho imparato delle cose e ne  ho capite di me... Bob Dylan ha ricevuto il Nobel per la letteratura, ma chi conosce la storia sa che è stato candidato e ricandidato per anni e -chissà perché- gli hanno sempre preferito scrittori oscuri che nessuno sa chi siano. Le polemiche e l'indignazione di alcuni (non escluse persone amiche) a noi Dylaniani fanno sorridere. Mentre lui, Bob, se ne frega proprio e lo ha dimostrato ampiamente. 
Mah, nonostante tutto vedo in tutto questo lasciare la spinta per proiettarsi oltre ciò che è stato finora e magari affrontare quanto che arriverà con i nervi un po' più saldi. Anche se una cosa che ho imparato quest'anno è che veramente può succedere qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. 
Buone Feste.






martedì 24 maggio 2016

lunedì 28 marzo 2016

Zombie Mixer

Entrare nella cucina di Speck è un po' come fare un viaggio nel tempo, ci si possono trovare alcuni interessanti reperti archeologici. Il mio preferito, diciamo così, è un piccolo frullatore risalente a quasi quarant'anni fa. Speck lo usa da sempre per grattugiare il formaggio per il risotto, noci e nocciole e di tutto un po', e ormai il povero elettrodomestico è esausto. Ricordo quella volta che un'amica portò a casa nostra avocado e lime per fare il guacamole, e nonostante i frutti fossero maturi, dopo diversi tentativi di ridurli in crema con il frullatore in questione, finì con lo schiacciare la polpa con una forchetta. Speck disse che la colpa era nostra, non sapevamo come usarlo: bastava scuoterlo come uno shaker mentre frullava.
L'amica ribatteva che l'oggetto vintage avrebbe fatto un'ottima figura in una vetrinetta decorativa, ma era del tutto inutile per cucinare. Non sono proprio riuscita a darle torto.

Due settimane fa ho sentito un borbottìo provenire dalla cucina: Speck stava cercando di rianimare il povero elettrodomestico, inutilmente. Onore al caduto, finiva un'era e c'era una concreta speranza che un nuovo frullatore, con nuove funzionalità e lame affilate, arrivasse a casa nostra.
Così pensavo. Ma come in un film di Sam Raimi, quando un finale glorioso si profila all'orizzonte e l'eroe (io) ci si sta avviando sorridente, da un muro spunta la mano insanguinata di uno zombie, e in questo caso la mano regge il mefitico frullatore. Novello dottor Frankenstein, Speck è infatti riuscito con ammirevole abilità a ridargli vita, e da quel giorno, inceppandosi e tossicchiando ogni tanto, il malefico aggeggio è tornato in azione (si fa per dire).
Pensavo che non sarei mai riuscita a liberarmi di lui. Poi, una sera, ho sentito nuovamente un borbottìo provenire dalla cucina. Sono corsa a vedere e la scena della tentata resurrezione del frullatore mi si è ripresentata. Speck lo aveva smontato e cercava il guasto. Trovatolo, aggiustatolo, rimontava il tutto, ma a quel punto non funzionava più. La cosa si è ripetuta una decina di volte, con il povero tecnico riparatore sempre più frustrato dalla resistenza alla rianimazione.

Qualche giorno fa sono rientrata dal lavoro e il frullino zombie non c'era più: sconfitto nonostante il suo impegno, Speck lo ha buttato via, ed è un peccato perché, come diceva la mia amica, si poteva sempre tenere come cimelio, oggetto di design da esporre. Ma se una notte dovessi sentire un frullare nell'oscurità...
Il frullino della palude nera

domenica 24 maggio 2015

Happy Birthday Robert!

Mi rendo conto che l'ultimo post risale a quasi sei mesi fa. Non perché non sia successo niente, ma proprio perché di cose ne sono successe, compreso un matrimonio. Diverse volte ho iniziato a scrivere un post, poi l'ho salvato nelle bozze e non l'ho mai continuato. Quale miglior modo di spezzare il silenzio che celebrare il compleanno di BOB DYLAN? Celebriamo, allora! Sgargarozzo prosecco e ti mando i miei Auguri! Buon compleanno Bob, sei un figo. YO!

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 al cinema con Gemella Frittella

Speck non ama andare al cinema (“E' troppo buio, si può solo guardare il film”): meno male che ho delle amiche cinefile, grazie alle quali quest'anno ho battuto il mio record di visioni cinematografiche, ben 7!!! Tenete presente che a volte non vado al cinema per anni interi, quindi non fate quella faccia. E siccome di “A proposito di Davis” e “Her” ho già parlato in questo post, vi lascio alle mie impressioni sulle altre cinque pellicole...

Grand Budapest Hotel
Sono rimasta sorpresa dall'atteggiamento di sufficienza che alcuni miei amici hanno nei confronti di Wes Anderson e dei suoi film. Mi è veramente difficile immaginare come non si possa apprezzare la sua fantasia visiva e cromatica, le sue trame che si espandono come ragnatele e trovano sempre una chiusura “rotonda”, la sua gentile malinconia. “Grand Budapest Hotel” è forse l'apice della sua opera sin qui, in cui tornano i temi favoriti dell'orfano, dei genitori adottivi e dello sradicamento esaltati da colori sfavillanti (rosso, viola, rosa) e da un cast fantastico: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Bill Murray, Edward Norton, Harvey Keitel, eccetera, eccetera. Compaiono in ruoli inaspettati, anche solo per un cameo, come ci ha abituato Anderson. La storia dell'aspirante fattorino Zero e della fantasmagorìa di personaggi che ruota intorno a lui è ispirata alle opere dello scrittore Stephan Zweig, autore austriaco di origini ebraiche che raccontò lo splendore culturale dell'Europa precedente alla Seconda Guerra Mondiale, di cui il Grand Budapest Hotel è simbolo. Il suo declino è quello dell'anima dell'Occidente, che ancora oggi esibisce inconsciamente le cicatrici di quel conflitto. “Grand Budapest Hotel” è un caledoscopio colorato e divertente che dissimula i drammi del mondo e delle persone, che racconta il passato e -anche se non sembrerebbe- il presente.

Gigolò per caso
John Turturro, quasi raggiunti i 57 anni (e nel migliore dei modi), voleva realizzare due sogni: 1) lavorare con Woody Allen e 2) fare il figo almeno per una volta. Così ha messo insieme un film incredibilmente somigliante come struttura a quelli di Totò e Peppino degli anni 50-60: una trama leggera (per non dire esile), e innegabilmente soporifera in cui si muove con l'aria stupita di uno che non ci crede a quanto sta rendendo felici ricche donne annoiate, spezzata dalle surreali incursioni comiche di Woody, forse non improvvisate come quelle del nostro comico nazionale, ma allo stesso modo i soli momenti in cui ci si risveglia dal torpore. Curiosa l'ambientazione nel quartiere ebreo ortodosso e la famiglia mista di Allen, due particolari che cercano di dare un minimo di brio ma purtroppo trattati superficialmente. Spaventosa Vanessa Paradis con un'enorme parrucca e due occhi da acido che fanno paura. Il trailer è più che sufficiente.

Maps to the stars

Da sempre David Cronenberg usa corpi e paesaggi per distorcere la realtà. In “Map to the Stars” si serve del panorama fittizio di Hollywood e delle membra ustionate di Agatha Weiss, una giovane scampata a un incendio da lei stessa appiccato, che vi si reca per cercare la propria famiglia. Il suo arrivo nella città delle stelle mette in moto un inesorabile meccanismo Tolemaico che svela la natura profonda e orribile dei suoi abitanti, e trasformerà la ragazza in un catalizzatore attraverso cui l'ineluttabile tragedia (e redenzione) si compiranno. Utilizzando i meccanismi e gli archetipi del teatro greco Cronenberg costruisce il film attorno al nucleo di un mistero che non verrà risolto. Mia Wasikowska e Julianne Moore fantastiche.

In ordine di sparizione
Nils è un uomo pacifico, ha una famiglia e guida uno spazzaneve col quale mantiene praticabili le strade attorno a un villaggio in Norvegia. Suo figlio, che vive in città, viene coinvolto per errore in un regolamento di conti tra spacciatori di droga e ucciso. Nils decide di vendicarsi e con l'incoscienza della disperazione e la fortuna dei principianti finirà per scatenare una faida sanguinosa tra la mafia locale (responsabile della morte del figlio) comandata dal “Conte” (elegante, psicopatico e vegano) e quella serba, agli ordini di un fantastico Bruno Ganz. Divertente, paradossale e sanguinoso, “In ordine di sparizione” si avvicina per certi versi alle opere dei Fratelli Coen, mantendo però un'autonomia di stile del tutto nord europea. Peccato sia stato poco valorizzato dal circuito delle sale cinematografiche, toccherà recuperarlo in dvd.

Magic in the moolight
Mai sottovalutare il genio di Woody Allen, mai farsi ingannare dall'apparente leggerezza delle trame, dai giganteschi occhi blu della giovanissima protagonista, dal fascino (e dalla splendida pronuncia inglese) di Colin Firth, dalla luce calda della Costa Azzurra: la mano è più veloce dell'occhio e mentre vi incanta con una messa in scena semplice ma di sicuro effetto, vi serve una mano di tarocchi sul destino dell'uomo, sulla morte e sul senso dell'amore e della vita. L'universo è un gelido, spaventoso baratro? Forse. Ma allora perché torturarsi nella consapevolezza? Meglio l'illusione, meglio credere a una favola che alla terribile realtà. Forse. L'abilità, l'esperienza (e le domande) di un regista ottuagenario e la levità (qualcuno la chiamerebbe “freschezza”) di un ventenne si combinano in un gioco di specchi tanto classico da far credere al pubblico di essere prevedibile. Ma anche questo, come l'elefante che scompare nella scena iniziale, è un trucco, una magia che alla fine ci sorprenderà. Bello, anche in lingua originale.


sabato 27 dicembre 2014

Christmas, the days after

Allora, eccoci qui. Scartati i regali, ripuliti i piatti, salutati i parenti. Ciambella e Brotchen sono partiti alla volta di Amburgo dove hanno festeggiato con la famiglia di lui, mentre io e Speck stiamo mettendo mano agli avanzi e godendoci i nostri regali. Tra quelli più gustosi i Bootleg Series n. 10 e 11 di Bob Dylan e un paio di scarpe vegane super stilose. Tra i libri due classici francesi: "Lo straniero" di Camus e "Thèrése Raquin" di Zola. Mentre Lena sonnecchia, fuori infuria una bufera di neve. Quest'anno devo dire che il palinsesto televisivo mi sta deludendo: a parte "Una poltrona per due" trasmesso alla Vigilia da Italia Uno, mancano all'appello tutti i classici del periodo, da "Tutti insieme appassionatamente" ai "Ritorno al futuro" alle commedie americane degli anni 40-50 in bianco e nero...Sembra che i canali televisivi non risentano del periodo festivo, il che m'infastidisce. Sinceramente il Natale televisivo dovrebbe essere rassicurante, ripetitivo, immobile. I film e i cartoni animati classici dovrebbero tramandarsi di generazione, con aggiunte per restare al passo coi tempi, ma con alcuni punti fermi, come quelli citati sopra. Invece ecco come sempre l'ispettore Cordier e SOS Tata su La7, i War Movie del sabato su Rai Movie e gli Affari di Famiglia su Cielo. Meno male che ci sono i dvd, mi affiderò a quelli.
Ogni tanto accendo la radio e ascolto qualche dibattito sulle candidature per la Presidenza della Repubblica. Il pubblico sembra seguire tutto la linea della disperazione: telefonano proponendo nomi anche condivisibili ma del tutto improbabili (Gino Strada, Tina Anselmi...) e tutti ci tengono a specificare che i politici gli fanno schifo. Da una parte mi posso associare, dall'altra mi sento un bel po' stufa di queste lamentele. E' evidente che la vita va in una direzione e la politica in quella opposta, detto questo mi sto convincendo che meno mi preoccupo di questa gente meno potere avrà sulla mia vita. Illusione? Non lo so. Penso che persone come Gino Strada siano quello che sono anche per questo motivo, fanno quello che devono e che vogliono fare senza preoccuparsi della politica. Credo che se tutti smettessimo (io per prima) di farci trascinare dall'emotività del momento...ne gudagneremmo. Intanto fuori continua a nevicare...
Ci attendono ancora il Capodanno e poi l' Epifania, quindi Buone Feste, gente!

venerdì 10 ottobre 2014

Sostegno per caso

Per il quarto anno consecutivo seguo un adolescente sordo in qualità di assistente alla comunicazione. E per il quarto anno consecutivo le lezioni iniziano con una diversa insegnante di sostegno. A guardarla da fuori è una situazione che ha dei lati innegabilmente comici. La prima docente non tornò sul sostegno per un grave problema personale. Peccato, aveva undici anni di esperienza coi disabili e anche se di sordi non sapeva granché, fu estremamente efficace. La seconda, nominata alla fine di novembre dopo una giostra di persone annunciate, apparse per qualche giorno e poi sparite o mai presentatesi, era una dilettante allo sbaraglio, piena però di buon cuore e buona volontà, capace di empatia e di sacrificio (fin troppo). Lavora tuttora sul sostegno, ma non col mio allievo. Lo scorso anno finalmente è arrivata una docente con abilitazione, tutti i titoli, e perfino (udite udite) con esperienza sul campo. Anche lei non era preparata in tema di sordità, ma almeno giocava sullo stesso campo. Peccato che abbia deciso di rimanere incinta, così -forse- rientrerà a marzo. Ma forse no. Ed eccoci giunti al presente anno scolastico: dopo quasi un mese dall'inizio è arrivata la supplente del sostegno, è una giovane (anche se non giovanissima) insegnante di chimica e come molti suoi colleghi ha chiesto di passare sul sostegno per contingenze alimentari. Ieri, mentre in un'aula vuota le spiegavo, ingobbita, con le occhiaie profonde e una sensazione di stanchezza e di deja vù, in cosa consiste "il caso" (come vengono identificati i disabili dagli operatori), mentre guardavo il suo viso inespressivo su cui lineamenti fini emergeva il panico e mi ascoltavo mescolare conoscenze generali sui sordi e particolarità del ragazzo e dipingere un quadro che mi rendo conto possa creare terrore in un novellino, mentre rispondevo senza neanche più scandalizzarmi alla sua domanda: "Ma non sarebbe stato meglio in una scuola speciale?" (per la cronaca la risposta è: "Lo Stato ha chiuso quelle scuole e stabilito che i disabili devono essere integrati nelle scuole normali"), mi è venuto in mente il titolo di questo post. Perchè troppo spesso si finisce a fare sostegno per entrare nella scuola e sopravvivere in attesa di passare di ruolo, e si vede. Si vede di tutto, dagli insegnanti di sostegno con disturbi relazionali che vanno affiancati da un collega in consiglio di classe, a quelli che prendono il loro compito per una vetrina per dimostrare i loro poteri di redenzione della disabilità, a coloro che ne fanno una questione di potere e basta, agli absolute beginners che non sanno perchè ci sono capitati in questo mondo e ti guardano, come è capitato a me, smarriti. Come smarrito è il mio studente, che si trova a ricominciare tutto daccapo per la quarta volta. Penso che sia terribile studiare per fare qualcosa e poi trovarsi catapultati in un tutt'altro per cui non siamo preparati e magari neanche portati; è vero, moltissimi fanno un lavoro diverso da quello per il quale hanno studiato (anche io), ma timbrare fatture anziché recitare non è lo stesso che trovarsi ad essere responsabili di un altro essere umano, per di più in una condizione di fragilità. E' snervante e ingiusto non solo nei confronti del lavoratore ma anche e soprattutto dei disabili, che  nel souk delle nomine scolastiche finiscono per perdere totalmente la centralità di cui invece dovrebbero godere, subiscono lo stesso stress di chi li dovrebbe sostenere e dipendono dalla fortuna per trovarsi affiancati da un docente competente o almeno dotato di equilibrio e buona volontà. Succede anche agli studenti cosiddetti normodotati, tuttavia loro sono comunque in una posizione di vantaggio, perché hanno più mezzi per recuperare i danni di un "cattivo maestro". Un disabile ne ha meno, e se a un pessimo professore curricolare si aggiunge un sostegno altrettanto pessimo o incapace o impreparato o svogliato, il disabile è fottuto: passerà tutto il ciclo scolastico a fare compitini facili facili, nessuna sfida, nessun obiettivo, nessuna caduta e nessuna resurrezione. E le conseguenze sulla sua vita di cittadino saranno devastanti.
In un mondo dominato dalla legge della domanda e dell'offerta accade che a fronte di un'enorme richiesta di sostegni non ci siano vantaggi per chi sceglie di specializzarsi in questo tipo d'insegnamento e la conseguenza è la situazione attuale. La mancanza di considerazione per gli allievi disabili che hanno dimostrato i governi che si sono succeduti negli ultimi (almeno) vent'anni, si appoggia, giustifica e sfanga le responsabilità nell'idea che sta al fondo di ogni cervello italiano: chi si occupa di disabili c'ha la vocazione. Non deve essere professionale, basta che sia buono e si prenda a cuore il povero disabile. Quest'idea assurda deve essere estirpata dalla nostra cultura, perché tutti i docenti si affezionano ai loro allievi (alcuni almeno), ma il loro lavoro deve essere prima di tutto fatto bene. Altrimenti non se ne esce.                                                                                                                 Non ho ancora letto il documento "La buona scuola" che il governo si appresta a proporre, discutere e votare, mi riprometto di farlo e spero di trovarci qualche misura che ridia dignità al sostegno scolastico. Non ci spero troppo, però.

sabato 20 settembre 2014

Un'estate col golfino

Quest'anno la permanenza estiva alla dacia è durata di più, grazie al ritardato inizio della scuola. Inutile dire che, a causa delle avverse condizioni meteorologiche, abbiamo passato un sacco di tempo a casa, a pisolare, leggere, cucire...ma senza grandi entusiasmi. Anzi, considerando che quest'anno non avevo neanche esami da preparare per l'università ho fatto veramente poche cose rispetto a quelle che mi ero prefisse (la latitanza su questo blog ne è prova). Mi ero portata decine di stoffe progettando un intero nuovo guardaroba e alla fine ho cucito una gonna e iniziato un paio di pantaloni; ho riempito una valigia di libri e ne ho letti uno e mezzo; ho ingolfato lo zaino di matite e pennarelli e non ho disegnato un tubo...insomma, la pigrizia ha avuto la meglio sulla mia produttività.

Venendo ai gatti, Romeo è arrivata alla nostra porta un pò dimagrita e abbiamo passato l'estate a ingrassarla a dovere. Per la prima volta ho anche avuto occasione di vederla a caccia, mi ha ammazzato un passero sotto gli occhi e che dire, è la natura, mica posso dirle che non si fa, è una questione di sopravvivenza. Però fa impressione. Macchianera si è presentato con una ferita dietro l'orecchio. Non so cosa gli sia successo, ma è molto più scontroso dello scorso anno, ci sono voluti quasi due mesi perchè ritornasse a strusciarsi sulle gambe mentre ci chiedeva la pappa.
Verso la metà di luglio poi, sono comparsi dei nuovi gatti: la gatta e il gatto rosa, due fratelli praticamente indistinguibili, e due piccolini molto invadenti che hanno dato parecchio filo da torcere a Romeo, che quando si tratta di difendere il suo territorio diventa una vera tigrotta. Per qualche giorno le risse si sono susseguite coinvolgendo anche me (ho rimediato una botta unghiata da Romeo, diretta ad un altro gatto). Meno male che una vicina (la proprietaria dei gatti rosa) si è portata a casa i piccoli, ristabilendo la pace nel cortile.
Per Lena invece, Speck quest'anno ha recintato tutto il giardinetto posteriore della dacia (una specie di grossa aiuola rettangolare), e la piccola ha molto apprezzato, pretendeva di uscire anche quando pioveva o c'era stato qualche temporale che aveva trasformato la terra in un piccola palude.
Un capitolo a parte lo merita la Miciccia, che purtroppo ha avuto un peggioramento nelle condizioni di salute. Non è più una giovincella, e abbiamo temuto per lei, ma grazie alle cure dei nostri genitori, per ora tiene botta. Durante la permanenza nelle montagne bergamasche è migliorata, e adesso l'andremo a trovare.

Veniamo all'Università. Lo scorso anno ho avuto una botta di depressione, in cinque anni ho 9 esami, tutti passati, alcuni anche brillantemente, tuttavia troppo pochi per giungere al traguardo della laurea entro i 50 anni. Inoltre, essendo la sede così lontana, seguire le lezioni è veramente difficile. Così avevo deciso di cambiare facoltà e università, Quindi, due settimane fa sono andata a Venezia per fare il passaggio a Milano. Obiettivo Lingue e Letterature Straniere. Procedura veloce, ma non indolore. Lasciare Venezia era per me una sconfitta, ma...diciamo che non vedevo alternative.
POI, martedì scorso sono andata a immatricolarmi.
Entro, prendo il mio numerello: 60, 45 persone davanti a me. Pazienza, aspetterò. Mi siedo e dopo un pò una tipa mi chiede un'informazione. Le rispondo e questa mi dice: "Ma ti rendi conto che mi hai già risposto due volte? Non sono idiota!". Le ho girato le spalle pensando che forse idiota non era, ma maleducata certo sì. Quando infine è venuto il mio turno, la botta finale: l'impiegata non è stata certo maleducata, ma sembrava quasi che le desse fastidio che mi volessi iscrivere. Infine, il pagamento per l'immatricolazione dovevo farlo in contanti. Tragedia. E' questa l'università di una città che si bulla di ospitare l'Expo mondiale? Che si definisce EUROPEA? La città di piazza affari piena di banche? Contanti?
Se prima ero depressa, ora ero in un pozzo di disperazione. Non ho perso tempo e ho scritto subito a Cà Foscari chiedendo di ritirare la richiesta di trasferimento. Sembra che tutto andrà a posto e io tornerò gaiamente a far la spola con Venezia. Che figata.

mercoledì 20 agosto 2014

Pasqualino

Purtroppo m'è arrivata oggi una bruttissima notizia, Pasqualino se n'è andato. Dopo la fallita convivenza con Lena lo scorso anno era stato affidato ad una signora che lo andava a visitare nell'appartamento della sua padrona per dargli da mangiare e qualche coccola. Aveva la finestra aperta e trovandosi al piano terra era scappato. Lo avevano cercato per settimane e quando ormai non ci speravano più lo avevano ritrovato a casa di una coppia anziana. Quest'anno si era trovata una persona che lo teneva a casa sua e finalmente le cose sembravano sistemate, ma improvvisamente ha smesso di mangiare e in breve si è spento. Aveva contratto la leucemia felina. Era un gattino avventuroso e affettuosissimo, ne aveva passate non poche ma si è fatto amare. Buon viaggio piccolino, ci rivedremo.

giovedì 14 agosto 2014

Quando il titolo cambia tutto o quasi: “Cena tra amici” ovvero “Le Prenom”

Questa commedia francese ha fatto una fugace apparizione nelle sale cinematografiche italiane totalizzando un discreto ma non entusiasmante numero di spettatori. L'opera di Matthieu Delaporte e Alexandre De La Patellière è stata avvicinata a "Carnage" di Roman Polanski, ma a parte il fatto di essere tratti da piece teatrali -di cui conservano l'impianto narrativo e scenografico- e di basarsi su una progressiva spoliazione (o l'esagerazione) delle premesse iniziali dei personaggi, le due opere hanno abbastanza poco in comune.

Pierre ed Elisabeth invitano a cena Vincent (fratello di quest'ultima), sua moglie Anne e l'amico Claude: una riunione che sembra essere consuetudine tra persone che si conoscono bene e si frequentano dall'infanzia. Anne è incinta, e la domanda che viene subito fatta a Vincent riguarda il nome del nascituro. Da qui inizia una discussione infinita che porterà a una serie di rivelazioni e di confessioni che minacceranno seriamente la loro amicizia.
Spiegata così la trama, potreste già arrivare a capire quale sia il nucleo attorno al quale si sviluppa la storia. Ma per me che non conosco il francese e non avevo nemmeno fatto caso alla sigla iniziale in cui non sono riportati i cognomi dei protagonisti e di tutti gli altri collaboratori, tutta questa faccenda del nome del bambino che si trascina per un'ora e mezza di film sembrava un pò troppo pretenziosa e pesante, e terminata la visione mi sentivo di aver perso qualcosa. Grazie al cielo internet c'è, ed è bastata una breve ricerca per trovare il tassello mancante: il titolo. Sì, lo so, nella sigla di testa si può leggere quello originale, tuttavia non è tradotto ed è così diverso da quello italiano da far pensare di non avere importanza. Invece, è proprio "Il nome" il perno di tutta la vicenda, che a partire da un'innocente -anche se pesante- scherzo, crea le condizioni per un epocale litigio che non finirà le amicizie nè i matrimoni, ma certo ne metterà in luce le ambiguità nonchè i lati oscuri dei personaggi, con una serie di divertenti equivoci e ironiche stilettate all'intellighenzia borghese e militante della gauche.

Vincent, Anne, Claude, Elisabeth, Pierre
Non c'è qui l'intento di smontare le strutture sociali borghesi basate sulle apparenze e le buone maniere che si ritrova nel film di Polanski nè la ferocia del testo di Yasmina Reza, la sensazione di claustrofobia, e nemmeno l'invincibile e oscura attrazione-repulsione che tiene legate le coppie (anche per una questione numerica, Claude, l'ospite single, è un neutro che rompe la simmetria) in modo che pur odiandosi non riescono gli uni ad andarsene dalla casa degli altri, e questi a cacciare definitivamente gli ospiti. Le premesse sono totalmente diverse e quello che accade prende di sorpresa il gruppo che è legato da sentimenti forti, mentre nel quartetto di Polanski si sente immediatamente una tensione insopportabile. Jules di "Pulp Fiction" direbbe che non si tratta nemmeno dello stesso campo di gioco, tuttavia è facile cadere nell'equivoco, viste le premesse e quel titolo che scompagina tutto e trasforma una pellicola arguta e
intelligente in una commedia divertente ma un pò verbosa della quale non s'intuisce lo scopo e non si gustano appieno i riferimenti e il finale, con la scelta del nome definitivo del neonato. Certo, nonostante l'apparente affinità culturale con i cugini Francesi i modi della loro comicità a volte mi sono oscuri, ma è evidente che chi ha distribuito il film in Italia ci ha poco creduto, magari per la mancanza di nomi noti da queste parti e per il fatto che fosse tutto costruito sul dialogo, con poca (anche se fulminante) azione. Un'occasione persa che dimostra come ogni particolare sia importante e da non trascurare quando si crea un prodotto culturale, e che insegna allo spettatore (se ancora ce ne fosse bisogno) di non fidarsi troppo della traduzione dei titoli in italiano.

domenica 20 aprile 2014

Le audaci teorie scientifiche di Gemella Ciambella: come evitare la sovrappopolazione pacificamente.

Oggi faro' di tutto per essere seria, poiche' cio' che vi scrivo e' veramente inteso con serieta'.

Come sapete sia io che Frittella siamo due sfegatate fans della natura: animali, piante, rocce troveranno sempre santuario da noi. Vedendo come vanno le cose purtroppo a volte c'e' da chiedersi se non siamo troppi, noi esseri umani.

Pensiamoci ragazzi, quanti siamo? tra i 6 e i 7 miliardi, and counting...! Siamo davvero troppi.
La terra ha risorse limitate e mi pare che le abbiamo gia' sfruttate fino quasi all'esaurimento. Vero, le risorse basterebbero probabilmente per tutti se non ci fossero i soliti che vogliono sempre avere piu' degli altri ma gia' secoli fa ci si chiedeva se la popolazione umana non fosse troppa. Ricordo la storia di un filosofo inglese del 1800 (credo), di cui purtroppo non ricordo il nome, il quale desiderava reincarnarsi in una malattia infettiva per mietere un po' questa fastidiosa pestilenza chiamata umanita'.

Senza andare cosi nel macabro (ormai quelli che ci sono, ci sono), dato che anche le guerre non ci piacciono e fame ed epidemie tanto meno, e' chiaro che bisogna agire sulle generazioni a venire.
L'uso degli anticoncezionali per quanto utile e' boicottato alla grande da diverse religioni e a volte addirittura ignorato da chi per tradizione o ignoranza, vuole fare un sacco di figli.

E allora, cosa fare? come risolvere un problema cosi spinoso in modo elegante e senza adirare le societa' tradizionaliste? Ma certo, la risposta e' LA TECNOLOGIA!!

Pensateci: quanto tempo passiamo davanti alla TV invece di fare sesso? quanto siamo distratti nella nostra societa' da Internet, computers, videogiochi e smart phones?
E cosa fanno nei paesi dove queste comodita' non ci sono o sono rare e ancora costose, dove Internet non e' WIFI o high speed?

BINGO! Fanno sesso e figli! Certo i figli si fanno anche per amore ma quanti arrivano per caso o perche' non c'era nient'altro da fare quella sera di gennaio?
E allora ecco la mia idea: inondiamo i paesi piu' prolifici, con tecnologia a basso costo, diamo loro la benedizione di free internet nei posti pubblici, wifi, apps come se piovesse! E vediamo poi i risultati!
Sicuramente con una popolazione mondiale minore, ci sarebbero piu' risorse e benessere per tutti.
Lo dice anche Bansky...
Che ne dite? non e' una grande idea? E' da provare! e anche se avessi torto...nessuno ci avrebbe rimesso niente! E nessuna religione o credenza sarebbe offesa.

Pero' se funziona voglio il nobel per la pace.

Per il Pizza: so che stai rabbrividendo ma la scienza deve fare il suo corso.

Buona Pasqua!

domenica 30 marzo 2014

Double bill con Gemella Frittella, "A prososito di Davis" e "Lei"

La vostra Frittella non frequenta il cinema quanto vorrebbe, ma ogni tanto capita di andarci e per film notevoli come quelli che seguono...

Hang me, oh Hang me! A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen

Uscendo dal cinema dopo aver visto “A proposito di Davis” per la prima volta, la mia amica Tiziana è perplessa. Bel film, certo, fatto bene...ma...? A dire, ne avevamo proprio bisogno? A cosa volevano arrivare i Coen Bros raccontando la storia surreale e sfortunata di Llewin Davis, musicista folk nella New York degli anni 60?
Io che il film lo vedevo per la seconda volta (e se continuasse ad essere in cartellone probabilmente tornerei a vederlo) so come si può sentire: lo svolgersi degli avvenimenti sembra non avere picchi, e come in “A serious man” o “Fratello dove sei?” ci sentiamo un po' defraudati della normale struttura narrativa di un film (specialmente se americano). I fratelli Coen vengono citati soprattutto per pellicole scoppiettanti, violente e surreali come “Fargo”, “Il grande Lebowsky”, “Non è un paese per vecchi”, ma hanno anche un lato estremamente filosofico: così, “A serious man” era un'evidente citazione delle peripezie di Giobbe, “Fratello dove sei?” dell'Odissea di Omero, e “A proposito di Davis” sta a metà tra queste due ispirazioni.
Siamo nel 1961, la musica folk sta vivendo una nuova stagione in contemporanea con la rinascita della consapevolezza civile nei giovani. Manca poco al debutto di Bob Dylan, che già si aggira per il Village (il suo primo album omonimo è proprio del 1961), e Llewin Davis è uno dei tanti folk singers che suonano al Gaslight Cafè, nuovo tempio del genere. L'attacco nella prima inquadratura di “Hang me, oh Hang me” ci presenta un personaggio che si sente fuori posto dovunque: dalle navi cargo dove lavorava, al Village dove sogna di sfondare (forse), è ipercritico e perennemente insoddisfatto da ciò che gli tocca ascoltare. Le canzoni dei suoi colleghi sono malinconiche ballate che vagheggiano una povertà e una solitudine mai vissute, gli sguardi degli spettatori, giovani intellettuali impegnati a sembrare più che ad ascoltare, sono rapiti da qualunque cosa possa essere hip, ma Llewin, che povertà e solitudine invece le conosce bene, non riesce a farsi incantare dall'atmosfera, e all'entusiasmo degli amici per le esibizioni risponde assentendo con una mancanza di convinzione che nasconde a malapena il suo disappunto: “Aha”.
In effetti, a parte il gestore del locale (lui sì, veramente cinico) che qui assume il nome di Pappi Corsicato (?) è l'unico a non vivere su una nuvoletta rosa. Sotto la patina dorata della leggenda tramandata e dell'entusiasmo che doveva esserci allora nell'aria, trapela la sensazione di una posa, di una finzione che bene o male tutti gli altri personaggi hanno accettato di farne parte. L'amico Jim si finge musicista impegnato ma è un giovanotto di buona famiglia che sa bene che per sfondare bisogna scrivere canzonette, e non ha vergogna di farlo (e di inciderle!); l'agente Mel offre il proprio cappotto allo squattrinato Llewin per poi ritirare l'offerta appena questo accetta; Jean (compagna di Jim) si fa mettere incinta sempre da Llewin (forse) per poi trattarlo malissimo, come se lei non fosse stata nemmeno presente quando è successo il fattaccio. La sorella finge che nella loro famiglia sia andato sempre tutto bene, ma è evidente che le cose non stanno così. Tutti in qualche modo recitano una parte, cercando di mostrare qualcosa e di nascondere qualcos'altro. Solo Llewin e il gatto dei Gorfein -sua coscienza, una sorta di Grillo Parlante molto più simpatico- sono sempre sinceri, con tutti. E per questo motivo il protagonista diventa a sua volta coscienza e spalla di una giostra di caratteri che gli vengono incontro come massi su una strada in discesa e che presi tutti insieme (come purtroppo capita al nostro eroe) sono veramente allucinanti. Il culmine però è l'incontro con Johnny Five -poeta beat- e Roland Turner, musicista jazz con la spocchia dei musicisti Jazz. Il viaggio che insieme a loro Llewin compie verso Chicago è una vera sofferenza, percepita quasi fisicamente anche dallo spettatore che assiste incredulo a quanto il protagonista deve subire, e quando chiede alla cameriera di un autogrill quanto manca a Chicago e lei risponde “Tre ore” ci sentiamo veramente gelare il sangue.
Nonostante il freddo, la fame, e gli sfiancanti compagni di abitacolo va avanti, aggrappato alla sua musica, che forse è l'unica cosa di cui sia sicuro, anche quando il famoso produttore Bud Grossman gela le sue speranze.
Se di solito i film dei fratelli Coen traboccano di cinico humour nero, qui possiamo permetterci solo una risata amara e incredula. Llewin, così casinista, testardo, forse presuntuoso ma puro, resta nel cuore, persegue la sua strada anche se sa che ci sarebbero scappatoie, che la vita non premia i coraggiosi e che di questo passo non arriverà da nessuna parte. Lo sa, e nessuno si esime dal ricordarglielo, dall'acida Jean a Grossman (“Non hai la stoffa del leader”), ma non riesce a fare a meno di seguire la propria strada, per quanto rovinosa e deludente. E anche quando cerca di ritornare ad una vita “regolare”, al lavoro “serio” del marinaio per poter almeno mangiare, non può tornare indietro, ma solo proseguire verso il suo destino.
Per chi conosce la musica di Bob Dylan e il cinema di quel periodo il film è anche un delizioso catalogo di ammiccamenti e citazioni che permettono di leggere la storia su diversi piani, uno strettamente legato alle vicende di Llewin e l'altro alla storia dell'impegno civile e del movimento sia musicale che politico degli anni 60.

Dietro l'apparente semplicità e linearità “A proposito di Davis” cela una ricchezza di caratteri, di considerazioni sul destino e di paradossi, anche temporali, invidiabile. Costruito su quanto non si dice piuttosto che su quanto viene detto e mostrato, ha una sceneggiatura mirabile, una musica meravigliosa, e due straordinari personaggi, Llewin Davis (Oscar Isaac, bravo anche come cantante), e il gatto. E ti resta dentro per tantissimo tempo, come una canzone che non riesci a smettere di cantare alla quale scopri di esserti terribilmente affezionato.

Llewin Davis

e...Gatto...?


L'amore ai tempi dell'Ipad: Lei di Spike Jonze

“Essere John Malkovich” era un film bizzarro, divertente e a tratti disturbante, che ci fece conoscere il genio (oserei chiamarlo così) di Spike Jonze e la sua concezione dell'identità individuale (?) e dei rapporti amorosi. Ritroviamo questi stessi temi alla base di “LEI”, una storia d'amore (come gridato dai poster) ma non solo, interpretata da un Joaquin Phoenix carino carino e (nella versione originale) da un'incorporea (per la tristezza dei suoi fan) Scarlett Johansson.
Theodor Twombly fa lo scrittore di lettere, tiene la corrispondenza personale di chi per tempo o per scelta non riesce a scrivere ai propri cari. Passa la sua giornata a dettare a un computer frasi piene d'amore e nutrire gli affetti altrui mentre la sua vita, da quando la moglie lo ha lasciato, è praticamente priva di contatti umani, serrata tra il lavoro e la casa, un gigantesco appartamento quasi vuoto immerso in una città dove sembra non crescere un filo d'erba e tutto lo spazio è occupato da giganteschi grattacieli. Theodor passa le ore libere giocando con videogiochi olografici con i quali può addirittura dialogare e il suo vero unico compagno di vita è un aggeggio simile ad un telefono cellulare col quale comunica grazie a un auricolare: una voce elettronica lo guida, gli legge le sue mail, lo introduce in (disastrose) chat sexy, eccetera. In pratica parla da solo. La sua solitudine termina il giorno in cui decide di installare nel suo computer OS, un sistema operativo a intelligenza artificiale che -differentemente da Windows, Linux e Apple- è in grado di imparare ed evolversi. L'effetto è immediato, Theodor inizia subito a dialogare con la voce che viene dal computer (che si sceglie il nome di Samantha) e grazie all'auricolare (e ad un fantastico sistema W-Lan, Wi-Fi e tutto il W che potete immaginare) se la porta sempre appresso. Dapprima parlano del più e del meno, lei gli riordina le mails e lui le chiede aiuto per correggere alcune lettere. In pochissimo tempo però diventano amici inseparabili e da lì iniziano una verae propria relazione sentimentale.
Un rapporto tra materiale e immateriale, tra un uomo e un'entità elettronica, non fisica è un'idea vertiginosa e di per sé molto poco cinematografica che Spike Jonze affronta in ogni sua sfumatura, anche la più difficile e paradossale. Non si tira indietro neanche di fronte alla resa di una scena d'amore tra un uomo in carne ed ossa e una voce, pur per la sottoscritta poco convincente, ma certamente coraggiosa. Tutti i dubbi, le incertezze, le felicità di questa storia d'amore vengono raccontati e -come nella vita di tutti noi- i rapporti di forza cambiano continuamente e la fine è sempre qualcosa di ignoto e sorprendente.
L'idea è intrigante, di quelle che covano nell'inconscio di tutti e che aspettano solo che una sensibilità superiore e coraggiosa le peschi per noi dal profondo. Il mondo in cui si muove Theodor, pulito, caldo, morbido, in cui non esistono guerre né povertà ma solo solitudine è lo specchio inquietante del presente tecnologico, in cui le persone sono immerse in un perenne soliloquio con telefoni e computer e i gradi di separazione tra esseri umani si moltiplicano esponenzialmente; la scelta dell'ambiente, una città di edifici altissimi lucidi e immobili, sempre più opprimente e insopportabile man mano che la storia procede è illuminata dalla luce di un sole amico e dai colori delle camicie di Theodor; la splendida, veramente splendida fotografia riesce a creare un'atmosfera sospesa, un mondo come uno spot della Apple ma più sognante. Sotto certi punti di vista “Lei” è un capolavoro.
Joaquin Phoenix sogna...e noi sogniamo lui!

Purtroppo però questo film colleziona una serie di difetti quasi imperdonabili. Il più grave, soprattutto se consideriamo che ha vinto alcuni premi come miglior sceneggiatura originale, è proprio nella scrittura: troppa, ridondante, stucchevole. I personaggi parlano continuamente, in pratica non esistono spazi di silenzio. I dialoghi tra Samantha e Theodor sono dolciastri, complimentosi e affettati, ricordano quelli di certi spot di biscotti e merendine, e la mancanza di sostanza fisica di Samantha è sostituita da una valanga di inutili spiegazioni e parole. Credo che il termine “Dolce” sia il più ricorrente, come sei dolceche dolce, roba da diabete fulminante. Per non parlare delle lettere che scrive Theodor, altra botta glicemica che rischia di stendere. Le emozioni sono telefonate, l'ellissi e il non detto defungono, c'è una sovrabbondanza di descrizioni di sentimenti che li rende didascalici e artificiosi, a cui corrisponde anche un'esagerazione di sequenze che mostrano “ioeilmioamorequantocidivertiamoinsieme” (del tipo musica di sottofondo e vari spezzoni su come Theo e Sam passano il tempo) che hanno il sapore delle bibite gasate che promettono un mondo migliore. Volendo difendere a tutti i costi Jonze si potrebbe dire che in linea con l'ambientazione sceglie, oltre ad un'immagine da spot anche un linguaggio da spot. E' innegabile però che questo stile appesantisca mostruosamente la narrazione. Sembra che il regista abbia abbandonato il suo bizzarro umorismo o gli abbia dato una forma troppo complessa per essere riconosciuta con relativa facilità.
Joaquin Phoenix oltre che carino carino è anche bravo bravo, ma non abbastanza per reggere il peso attoriale di un copione del genere, in cui per il 90% del tempo parla con una fidanzata invisibile. E' sicuramente anche colpa dei dialoghi, ma -anche se non è carino carino- al suo posto io ci avrei visto meglio Bill Murray, che s'era già caricato sulle spalle “Lost in Translation” portandolo ad un ottimo livello. Chissà, con un regista come Jonze, cosa sarebbe riuscito a fare.
Lei, proprio LEI, Samantha, nella versione italiana è insopportabile. Micaela Ramazzotti ha uno spiccato accento romano, ma se fosse solo quello la potremmo pure perdonare. Il problema è che non convince per niente. Non trasmette nessuna emozione sincera (che sarebbe di regola il compito di un attore) impegnata com'è a cercare di imitare la voce leggermente roca di Scarlett Johansson, quella che conosciamo dagli spot di “Dolcie e Gabana” (e che di per sé non mi ha mai particolarmente emozionata) e a pronunciare “Theodor” all'americana. Tutto quello che vorremmo è lasciarci trascinare e sommergere dalla bellezza delle immagini, ma siamo continuamente infastiditi dal cicaleccio della Ramazzotti, al punto che in certi momenti vorremmo scappare dalla sala. Qui non sarei in grado di fare un nome per una sostituta, ma sono certa che con la voce giusta il film avrebbe funzionato meglio.

Molto bene e molto male insomma. Non so dirvi quanto mi dispiace, perchè -ripeto- questo film poteva davvero essere un capolavoro. Vale comunque la pena di andarlo a vedere.
“Lei” è adesso e sempre, è la solitudine universale e profonda dell'uomo, un essere molto più limitato di quello che crede, che non dipende dalle nostre differenze “di costruzione”, bensì dalla creazione stessa che ci ha condannati.  

sabato 22 marzo 2014

Gemella Ciambella fa un viaggio nel passato: "Amateur" di Hal Hartley

"Amateur" di Hal Hartley fu uno dei piu' grandi successi del cinema indipendente dei nebulosi anni 90' e nonostante io abbia sempre voluto vederlo non ci sono mai riuscita (bo', forse ho speso tutti i miei soldi in film come Seven e Fight Club).
La settimana scorsa la TV tedesca mi ha finalmente dato la possibilita' di guardare questo film, una volta per tutte, o quasi.

La storia: un uomo, Thomas, si sveglia in una strada, dopo un volo fuori da una finestra e dopo essere stato abbandonato sul selciato da una misteriosa donna.
Egli non ricorda piu' chi sia, entra in un cafe', dove cerca di ordinare da mangiare ma ritrovandosi nelle tasche solo soldi olandesi, non viene servito. In suo aiuto appare una cliente, Isabelle, che gli offre un pranzo e lo invita a casa sua per medicargli le ferite. Thomas accetta.
Entrati in confidenza, Isabelle racconta a Thomas di essere una ex suora, ninfomane ma ancora vergine, che si guadagna da vivere scrivendo romanzetti pornografici. Intanto Sofia, la donna che ha lasciato Thomas a terra, e' in fuga da dei loschi tipi ma il suo destino incrociera' presto quello di Isabelle e Thomas.

Ho trovato la storia interessante e sufficientemente appassionante, anche se dalle prime scene avevo gia' capito come sarebbe finita (tuttavia ho sperato fino alla fine in un colpo di scena). Il punto centrale del film non sembra essere nemmeno la storia ma i personaggi: ognuno di loro ha una biografia abbastanza incredibile e si muovono in uno scenario di fatti ancora meno plausibili con una notevole sicurezza. Nessuno di loro si fa troppe domande, vivono come in una realta' alternativa.
La storia e' raccontata con humor flemmatico e un po' di surrealismo, tipico forse degli anni 90' (Clerks, Leningrad Cowboys), dove i lunghi silenzi valgono come battute e sottolineano lo stupore di fronte a certe situazioni.

"Amateur" mi e' piaciuto ma probabilmente mi sarebbe piaciuto di piu' anni fa.
Non si puo' non sorridere di fronte ai cellulari grandi come cabine telefoniche e a certi vestiti. Il tipo di narrazione, l'incredibilita' di certe scene ha funzionato sicuramente prima ma in qualche modo non mi ha convinto oggi...forse e' il montaggio, oppure semplicemente era un film "giovane" e non tutti hanno il talento per la leggerezza di Aki Kaurismaki. Il film vive della performance dei suoi attori: Isabelle Huppert e Martin Donovan sono a loro agio nei panni di Isabelle e Thomas, mentre Elina Löwensohn e Damian Young si muovono sopra le righe e portano avanti la narrazione, prendendo decisioni sbagliate una dietro l'altra.
Isabelle Huppert brilla e si distingue per la sua "europeicita' ", impossibile da nascondere in un ambiente cosi "americano".




Mi piacerebbe vedere altri film di Hal Hartley, anche perche' si e' sicuramente evoluto da allora. E' autore anche della trilogia di "Henry Fool" e facendo una ricerchina ho scoperto che e' ancora molto attivo ed e' forse l'ultimo vero indipendente del cinema americano: attraverso la sua compagnia Possible Films, scrive produce e distribuisce le sue pellicole.
Il suo nuovo film dovrebbe uscire quest'anno ed e' stato finanziato attraverso Kickstarter.

Per saperne di piu', ecco il sito di Possible Films: http://www.possiblefilms.com/

venerdì 28 febbraio 2014

La pedagogia e Gemella Ciambella

Forse non tutti sapete, che qualche volta insegno video ai bambini di una scuola elementare.
La scuola ha un paio di alberi in giardino.
Oggi entro in classe per fare la mia lezione ed entrano i primi bambini. Dato che la temperatura dei termosifoni era regolata su "ben cotto-croccante", uno dei ragazzi apre la finestra per rinfrescare l'ambiente.

Improvvisamente rientra l'insegnante che mi ha preceduto e intima "No, no! non aprire cosi tanto la finestra!!"
e poi ci spiega che "davanti alla finestra corrono spesso gli scoiattoli! Sono incontrollabili e se mordono portano la RABBIA! E i bambini poi si spaventano!".

A questa spaventosa rivelazione, il mio cervello ha prodotto i seguenti pensieri:

-Oooooh, scoiattoli, che caaaaaariniiiiiiiii!!
-La rabbia?! che sciocchezza, piuttosto non vorrei che uno scoiattolino restasse prigioniero nella classe,
 sarebbe terribile!!
-Da quando in qua i bambini sono spaventati dagli scoiattoli?!
-Gli scoiattoli, che caaariniiiii!
-Un attimo, allora abbiamo gli SCOIATTOLI MANNARI qui a scuola? Maccheffigata!! John Carpenter ci farebbe un film fichissimo!
-E poi gli scoiattoli sono cosi caariniiii!

Per fortuna pero', nessuno mi ha potuto leggere nel pensiero.