Auguri, Auguri, Auguri, Bob Dylan! Buon Compleanno! Love, love, love! Festeggiamo!!!
martedì 24 maggio 2016
lunedì 28 marzo 2016
Zombie Mixer
Entrare nella cucina di Speck è un po' come fare un viaggio nel tempo, ci si possono trovare alcuni interessanti reperti archeologici. Il mio preferito, diciamo così, è un piccolo frullatore risalente a quasi quarant'anni fa. Speck lo usa da sempre per grattugiare il formaggio per il risotto, noci e nocciole e di tutto un po', e ormai il povero elettrodomestico è esausto. Ricordo quella volta che un'amica portò a casa nostra avocado e lime per fare il guacamole, e nonostante i frutti fossero maturi, dopo diversi tentativi di ridurli in crema con il frullatore in questione, finì con lo schiacciare la polpa con una forchetta. Speck disse che la colpa era nostra, non sapevamo come usarlo: bastava scuoterlo come uno shaker mentre frullava.
L'amica ribatteva che l'oggetto vintage avrebbe fatto un'ottima figura in una vetrinetta decorativa, ma era del tutto inutile per cucinare. Non sono proprio riuscita a darle torto.
Due settimane fa ho sentito un borbottìo provenire dalla cucina: Speck stava cercando di rianimare il povero elettrodomestico, inutilmente. Onore al caduto, finiva un'era e c'era una concreta speranza che un nuovo frullatore, con nuove funzionalità e lame affilate, arrivasse a casa nostra.
Così pensavo. Ma come in un film di Sam Raimi, quando un finale glorioso si profila all'orizzonte e l'eroe (io) ci si sta avviando sorridente, da un muro spunta la mano insanguinata di uno zombie, e in questo caso la mano regge il mefitico frullatore. Novello dottor Frankenstein, Speck è infatti riuscito con ammirevole abilità a ridargli vita, e da quel giorno, inceppandosi e tossicchiando ogni tanto, il malefico aggeggio è tornato in azione (si fa per dire).
Pensavo che non sarei mai riuscita a liberarmi di lui. Poi, una sera, ho sentito nuovamente un borbottìo provenire dalla cucina. Sono corsa a vedere e la scena della tentata resurrezione del frullatore mi si è ripresentata. Speck lo aveva smontato e cercava il guasto. Trovatolo, aggiustatolo, rimontava il tutto, ma a quel punto non funzionava più. La cosa si è ripetuta una decina di volte, con il povero tecnico riparatore sempre più frustrato dalla resistenza alla rianimazione.
Qualche giorno fa sono rientrata dal lavoro e il frullino zombie non c'era più: sconfitto nonostante il suo impegno, Speck lo ha buttato via, ed è un peccato perché, come diceva la mia amica, si poteva sempre tenere come cimelio, oggetto di design da esporre. Ma se una notte dovessi sentire un frullare nell'oscurità...
L'amica ribatteva che l'oggetto vintage avrebbe fatto un'ottima figura in una vetrinetta decorativa, ma era del tutto inutile per cucinare. Non sono proprio riuscita a darle torto.
Due settimane fa ho sentito un borbottìo provenire dalla cucina: Speck stava cercando di rianimare il povero elettrodomestico, inutilmente. Onore al caduto, finiva un'era e c'era una concreta speranza che un nuovo frullatore, con nuove funzionalità e lame affilate, arrivasse a casa nostra.
Così pensavo. Ma come in un film di Sam Raimi, quando un finale glorioso si profila all'orizzonte e l'eroe (io) ci si sta avviando sorridente, da un muro spunta la mano insanguinata di uno zombie, e in questo caso la mano regge il mefitico frullatore. Novello dottor Frankenstein, Speck è infatti riuscito con ammirevole abilità a ridargli vita, e da quel giorno, inceppandosi e tossicchiando ogni tanto, il malefico aggeggio è tornato in azione (si fa per dire).
Pensavo che non sarei mai riuscita a liberarmi di lui. Poi, una sera, ho sentito nuovamente un borbottìo provenire dalla cucina. Sono corsa a vedere e la scena della tentata resurrezione del frullatore mi si è ripresentata. Speck lo aveva smontato e cercava il guasto. Trovatolo, aggiustatolo, rimontava il tutto, ma a quel punto non funzionava più. La cosa si è ripetuta una decina di volte, con il povero tecnico riparatore sempre più frustrato dalla resistenza alla rianimazione.
Qualche giorno fa sono rientrata dal lavoro e il frullino zombie non c'era più: sconfitto nonostante il suo impegno, Speck lo ha buttato via, ed è un peccato perché, come diceva la mia amica, si poteva sempre tenere come cimelio, oggetto di design da esporre. Ma se una notte dovessi sentire un frullare nell'oscurità...
| Il frullino della palude nera |
giovedì 6 agosto 2015
domenica 24 maggio 2015
Happy Birthday Robert!
Mi rendo conto che l'ultimo post risale a quasi sei mesi fa. Non perché non sia successo niente, ma proprio perché di cose ne sono successe, compreso un matrimonio. Diverse volte ho iniziato a scrivere un post, poi l'ho salvato nelle bozze e non l'ho mai continuato. Quale miglior modo di spezzare il silenzio che celebrare il compleanno di BOB DYLAN? Celebriamo, allora! Sgargarozzo prosecco e ti mando i miei Auguri! Buon compleanno Bob, sei un figo. YO!
mercoledì 31 dicembre 2014
2014 al cinema con Gemella Frittella
Speck non ama andare al cinema (“E'
troppo buio, si può solo guardare il film”): meno male che ho
delle amiche cinefile, grazie alle quali quest'anno ho battuto il mio
record di visioni cinematografiche, ben 7!!! Tenete presente che a
volte non vado al cinema per anni interi, quindi non fate quella
faccia. E siccome di “A proposito di Davis” e “Her” ho già
parlato in questo post, vi lascio alle mie impressioni sulle altre cinque pellicole...
Grand Budapest Hotel
Sono rimasta sorpresa
dall'atteggiamento di sufficienza che alcuni miei amici hanno nei
confronti di Wes Anderson e dei suoi film. Mi è veramente difficile
immaginare come non si possa apprezzare la sua fantasia visiva e
cromatica, le sue trame che si espandono come ragnatele e trovano
sempre una chiusura “rotonda”, la sua gentile malinconia. “Grand Budapest Hotel” è forse l'apice della sua opera sin qui, in cui
tornano i temi favoriti dell'orfano, dei genitori adottivi e dello
sradicamento esaltati da colori sfavillanti (rosso, viola, rosa) e da
un cast fantastico: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Bill Murray, Edward
Norton, Harvey Keitel, eccetera, eccetera. Compaiono in ruoli
inaspettati, anche solo per un cameo, come ci ha abituato Anderson.
La storia dell'aspirante fattorino Zero e della fantasmagorìa di
personaggi che ruota intorno a lui è ispirata alle opere dello
scrittore Stephan Zweig, autore austriaco di origini ebraiche che
raccontò lo splendore culturale dell'Europa precedente alla Seconda
Guerra Mondiale, di cui il Grand Budapest Hotel è simbolo. Il suo
declino è quello dell'anima dell'Occidente, che ancora oggi esibisce
inconsciamente le cicatrici di quel conflitto. “Grand Budapest
Hotel” è un caledoscopio colorato e divertente che dissimula i
drammi del mondo e delle persone, che racconta il passato e -anche se
non sembrerebbe- il presente.
John Turturro, quasi raggiunti i 57
anni (e nel migliore dei modi), voleva realizzare due sogni: 1)
lavorare con Woody Allen e 2) fare il figo almeno per una volta. Così
ha messo insieme un film incredibilmente somigliante come struttura a
quelli di Totò e Peppino degli anni 50-60: una trama leggera (per
non dire esile), e innegabilmente soporifera in cui si muove con
l'aria stupita di uno che non ci crede a quanto sta rendendo felici
ricche donne annoiate, spezzata dalle surreali incursioni comiche di
Woody, forse non improvvisate come quelle del nostro comico
nazionale, ma allo stesso modo i soli momenti in cui ci si risveglia
dal torpore. Curiosa l'ambientazione nel quartiere ebreo ortodosso e
la famiglia mista di Allen, due particolari che cercano di dare un
minimo di brio ma purtroppo trattati superficialmente. Spaventosa
Vanessa Paradis con un'enorme parrucca e due occhi da acido che fanno
paura. Il trailer è più che sufficiente.
Maps to the stars
Da sempre David Cronenberg usa corpi e
paesaggi per distorcere la realtà. In “Map to the Stars” si
serve del panorama fittizio di Hollywood e delle membra ustionate
di Agatha Weiss, una giovane scampata a un incendio da lei stessa
appiccato, che vi si reca per cercare la propria famiglia. Il suo
arrivo nella città delle stelle mette in moto un inesorabile
meccanismo Tolemaico che svela la natura profonda e orribile dei
suoi abitanti, e trasformerà la ragazza in un catalizzatore
attraverso cui l'ineluttabile tragedia (e redenzione) si compiranno.
Utilizzando i meccanismi e gli archetipi del teatro greco Cronenberg
costruisce il film attorno al nucleo di un mistero che non verrà
risolto. Mia Wasikowska e Julianne Moore fantastiche.
In ordine di sparizione
Nils è un uomo pacifico, ha una
famiglia e guida uno spazzaneve col quale mantiene praticabili le
strade attorno a un villaggio in Norvegia. Suo figlio, che vive in
città, viene coinvolto per errore in un regolamento di conti tra
spacciatori di droga e ucciso. Nils decide di vendicarsi e con
l'incoscienza della disperazione e la fortuna dei principianti finirà
per scatenare una faida sanguinosa tra la mafia locale (responsabile
della morte del figlio) comandata dal “Conte” (elegante,
psicopatico e vegano) e quella serba, agli ordini di un fantastico
Bruno Ganz. Divertente, paradossale e sanguinoso, “In ordine di
sparizione” si avvicina per certi versi alle opere dei Fratelli
Coen, mantendo però un'autonomia di stile del tutto nord europea.
Peccato sia stato poco valorizzato dal circuito delle sale
cinematografiche, toccherà recuperarlo in dvd.
Magic in the moolight
Mai sottovalutare il genio di Woody
Allen, mai farsi ingannare dall'apparente leggerezza delle trame, dai
giganteschi occhi blu della giovanissima protagonista, dal fascino (e
dalla splendida pronuncia inglese) di Colin Firth, dalla luce calda
della Costa Azzurra: la mano è più veloce dell'occhio e mentre vi
incanta con una messa in scena semplice ma di sicuro effetto, vi
serve una mano di tarocchi sul destino dell'uomo, sulla morte e sul
senso dell'amore e della vita. L'universo è un gelido, spaventoso
baratro? Forse. Ma allora perché torturarsi nella consapevolezza?
Meglio l'illusione, meglio credere a una favola che alla terribile
realtà. Forse. L'abilità, l'esperienza (e le domande) di un regista
ottuagenario e la levità (qualcuno la chiamerebbe “freschezza”)
di un ventenne si combinano in un gioco di specchi tanto classico da
far credere al pubblico di essere prevedibile. Ma anche questo, come
l'elefante che scompare nella scena iniziale, è un trucco, una magia
che alla fine ci sorprenderà. Bello, anche in lingua originale.
sabato 27 dicembre 2014
Christmas, the days after
Allora, eccoci qui. Scartati i regali, ripuliti i piatti, salutati i parenti. Ciambella e Brotchen sono partiti alla volta di Amburgo dove hanno festeggiato con la famiglia di lui, mentre io e Speck stiamo mettendo mano agli avanzi e godendoci i nostri regali. Tra quelli più gustosi i Bootleg Series n. 10 e 11 di Bob Dylan e un paio di scarpe vegane super stilose. Tra i libri due classici francesi: "Lo straniero" di Camus e "Thèrése Raquin" di Zola. Mentre Lena sonnecchia, fuori infuria una bufera di neve. Quest'anno devo dire che il palinsesto televisivo mi sta deludendo: a parte "Una poltrona per due" trasmesso alla Vigilia da Italia Uno, mancano all'appello tutti i classici del periodo, da "Tutti insieme appassionatamente" ai "Ritorno al futuro" alle commedie americane degli anni 40-50 in bianco e nero...Sembra che i canali televisivi non risentano del periodo festivo, il che m'infastidisce. Sinceramente il Natale televisivo dovrebbe essere rassicurante, ripetitivo, immobile. I film e i cartoni animati classici dovrebbero tramandarsi di generazione, con aggiunte per restare al passo coi tempi, ma con alcuni punti fermi, come quelli citati sopra. Invece ecco come sempre l'ispettore Cordier e SOS Tata su La7, i War Movie del sabato su Rai Movie e gli Affari di Famiglia su Cielo. Meno male che ci sono i dvd, mi affiderò a quelli.
Ogni tanto accendo la radio e ascolto qualche dibattito sulle candidature per la Presidenza della Repubblica. Il pubblico sembra seguire tutto la linea della disperazione: telefonano proponendo nomi anche condivisibili ma del tutto improbabili (Gino Strada, Tina Anselmi...) e tutti ci tengono a specificare che i politici gli fanno schifo. Da una parte mi posso associare, dall'altra mi sento un bel po' stufa di queste lamentele. E' evidente che la vita va in una direzione e la politica in quella opposta, detto questo mi sto convincendo che meno mi preoccupo di questa gente meno potere avrà sulla mia vita. Illusione? Non lo so. Penso che persone come Gino Strada siano quello che sono anche per questo motivo, fanno quello che devono e che vogliono fare senza preoccuparsi della politica. Credo che se tutti smettessimo (io per prima) di farci trascinare dall'emotività del momento...ne gudagneremmo. Intanto fuori continua a nevicare...
Ci attendono ancora il Capodanno e poi l' Epifania, quindi Buone Feste, gente!
Ogni tanto accendo la radio e ascolto qualche dibattito sulle candidature per la Presidenza della Repubblica. Il pubblico sembra seguire tutto la linea della disperazione: telefonano proponendo nomi anche condivisibili ma del tutto improbabili (Gino Strada, Tina Anselmi...) e tutti ci tengono a specificare che i politici gli fanno schifo. Da una parte mi posso associare, dall'altra mi sento un bel po' stufa di queste lamentele. E' evidente che la vita va in una direzione e la politica in quella opposta, detto questo mi sto convincendo che meno mi preoccupo di questa gente meno potere avrà sulla mia vita. Illusione? Non lo so. Penso che persone come Gino Strada siano quello che sono anche per questo motivo, fanno quello che devono e che vogliono fare senza preoccuparsi della politica. Credo che se tutti smettessimo (io per prima) di farci trascinare dall'emotività del momento...ne gudagneremmo. Intanto fuori continua a nevicare...
Ci attendono ancora il Capodanno e poi l' Epifania, quindi Buone Feste, gente!
venerdì 10 ottobre 2014
Sostegno per caso
Per il quarto anno consecutivo seguo un adolescente sordo in qualità di assistente alla comunicazione. E per il quarto anno consecutivo le lezioni iniziano con una diversa insegnante di sostegno. A guardarla da fuori è una situazione che ha dei lati innegabilmente comici. La prima docente non tornò sul sostegno per un grave problema personale. Peccato, aveva undici anni di esperienza coi disabili e anche se di sordi non sapeva granché, fu estremamente efficace. La seconda, nominata alla fine di novembre dopo una giostra di persone annunciate, apparse per qualche giorno e poi sparite o mai presentatesi, era una dilettante allo sbaraglio, piena però di buon cuore e buona volontà, capace di empatia e di sacrificio (fin troppo). Lavora tuttora sul sostegno, ma non col mio allievo. Lo scorso anno finalmente è arrivata una docente con abilitazione, tutti i titoli, e perfino (udite udite) con esperienza sul campo. Anche lei non era preparata in tema di sordità, ma almeno giocava sullo stesso campo. Peccato che abbia deciso di rimanere incinta, così -forse- rientrerà a marzo. Ma forse no. Ed eccoci giunti al presente anno scolastico: dopo quasi un mese dall'inizio è arrivata la supplente del sostegno, è una giovane (anche se non giovanissima) insegnante di chimica e come molti suoi colleghi ha chiesto di passare sul sostegno per contingenze alimentari. Ieri, mentre in un'aula vuota le spiegavo, ingobbita, con le occhiaie profonde e una sensazione di stanchezza e di deja vù, in cosa consiste "il caso" (come vengono identificati i disabili dagli operatori), mentre guardavo il suo viso inespressivo su cui lineamenti fini emergeva il panico e mi ascoltavo mescolare conoscenze generali sui sordi e particolarità del ragazzo e dipingere un quadro che mi rendo conto possa creare terrore in un novellino, mentre rispondevo senza neanche più scandalizzarmi alla sua domanda: "Ma non sarebbe stato meglio in una scuola speciale?" (per la cronaca la risposta è: "Lo Stato ha chiuso quelle scuole e stabilito che i disabili devono essere integrati nelle scuole normali"), mi è venuto in mente il titolo di questo post. Perchè troppo spesso si finisce a fare sostegno per entrare nella scuola e sopravvivere in attesa di passare di ruolo, e si vede. Si vede di tutto, dagli insegnanti di sostegno con disturbi relazionali che vanno affiancati da un collega in consiglio di classe, a quelli che prendono il loro compito per una vetrina per dimostrare i loro poteri di redenzione della disabilità, a coloro che ne fanno una questione di potere e basta, agli absolute beginners che non sanno perchè ci sono capitati in questo mondo e ti guardano, come è capitato a me, smarriti. Come smarrito è il mio studente, che si trova a ricominciare tutto daccapo per la quarta volta. Penso che sia terribile studiare per fare qualcosa e poi trovarsi catapultati in un tutt'altro per cui non siamo preparati e magari neanche portati; è vero, moltissimi fanno un lavoro diverso da quello per il quale hanno studiato (anche io), ma timbrare fatture anziché recitare non è lo stesso che trovarsi ad essere responsabili di un altro essere umano, per di più in una condizione di fragilità. E' snervante e ingiusto non solo nei confronti del lavoratore ma anche e soprattutto dei disabili, che nel souk delle nomine scolastiche finiscono per perdere totalmente la centralità di cui invece dovrebbero godere, subiscono lo stesso stress di chi li dovrebbe sostenere e dipendono dalla fortuna per trovarsi affiancati da un docente competente o almeno dotato di equilibrio e buona volontà. Succede anche agli studenti cosiddetti normodotati, tuttavia loro sono comunque in una posizione di vantaggio, perché hanno più mezzi per recuperare i danni di un "cattivo maestro". Un disabile ne ha meno, e se a un pessimo professore curricolare si aggiunge un sostegno altrettanto pessimo o incapace o impreparato o svogliato, il disabile è fottuto: passerà tutto il ciclo scolastico a fare compitini facili facili, nessuna sfida, nessun obiettivo, nessuna caduta e nessuna resurrezione. E le conseguenze sulla sua vita di cittadino saranno devastanti.
In un mondo dominato dalla legge della domanda e dell'offerta accade che a fronte di un'enorme richiesta di sostegni non ci siano vantaggi per chi sceglie di specializzarsi in questo tipo d'insegnamento e la conseguenza è la situazione attuale. La mancanza di considerazione per gli allievi disabili che hanno dimostrato i governi che si sono succeduti negli ultimi (almeno) vent'anni, si appoggia, giustifica e sfanga le responsabilità nell'idea che sta al fondo di ogni cervello italiano: chi si occupa di disabili c'ha la vocazione. Non deve essere professionale, basta che sia buono e si prenda a cuore il povero disabile. Quest'idea assurda deve essere estirpata dalla nostra cultura, perché tutti i docenti si affezionano ai loro allievi (alcuni almeno), ma il loro lavoro deve essere prima di tutto fatto bene. Altrimenti non se ne esce. Non ho ancora letto il documento "La buona scuola" che il governo si appresta a proporre, discutere e votare, mi riprometto di farlo e spero di trovarci qualche misura che ridia dignità al sostegno scolastico. Non ci spero troppo, però.
In un mondo dominato dalla legge della domanda e dell'offerta accade che a fronte di un'enorme richiesta di sostegni non ci siano vantaggi per chi sceglie di specializzarsi in questo tipo d'insegnamento e la conseguenza è la situazione attuale. La mancanza di considerazione per gli allievi disabili che hanno dimostrato i governi che si sono succeduti negli ultimi (almeno) vent'anni, si appoggia, giustifica e sfanga le responsabilità nell'idea che sta al fondo di ogni cervello italiano: chi si occupa di disabili c'ha la vocazione. Non deve essere professionale, basta che sia buono e si prenda a cuore il povero disabile. Quest'idea assurda deve essere estirpata dalla nostra cultura, perché tutti i docenti si affezionano ai loro allievi (alcuni almeno), ma il loro lavoro deve essere prima di tutto fatto bene. Altrimenti non se ne esce. Non ho ancora letto il documento "La buona scuola" che il governo si appresta a proporre, discutere e votare, mi riprometto di farlo e spero di trovarci qualche misura che ridia dignità al sostegno scolastico. Non ci spero troppo, però.
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