Quest'anno la permanenza estiva alla dacia è durata di più, grazie al ritardato inizio della scuola. Inutile dire che, a causa delle avverse condizioni meteorologiche, abbiamo passato un sacco di tempo a casa, a pisolare, leggere, cucire...ma senza grandi entusiasmi. Anzi, considerando che quest'anno non avevo neanche esami da preparare per l'università ho fatto veramente poche cose rispetto a quelle che mi ero prefisse (la latitanza su questo blog ne è prova). Mi ero portata decine di stoffe progettando un intero nuovo guardaroba e alla fine ho cucito una gonna e iniziato un paio di pantaloni; ho riempito una valigia di libri e ne ho letti uno e mezzo; ho ingolfato lo zaino di matite e pennarelli e non ho disegnato un tubo...insomma, la pigrizia ha avuto la meglio sulla mia produttività.
Venendo ai gatti, Romeo è arrivata alla nostra porta un pò dimagrita e abbiamo passato l'estate a ingrassarla a dovere. Per la prima volta ho anche avuto occasione di vederla a caccia, mi ha ammazzato un passero sotto gli occhi e che dire, è la natura, mica posso dirle che non si fa, è una questione di sopravvivenza. Però fa impressione. Macchianera si è presentato con una ferita dietro l'orecchio. Non so cosa gli sia successo, ma è molto più scontroso dello scorso anno, ci sono voluti quasi due mesi perchè ritornasse a strusciarsi sulle gambe mentre ci chiedeva la pappa.
Verso la metà di luglio poi, sono comparsi dei nuovi gatti: la gatta e il gatto rosa, due fratelli praticamente indistinguibili, e due piccolini molto invadenti che hanno dato parecchio filo da torcere a Romeo, che quando si tratta di difendere il suo territorio diventa una vera tigrotta. Per qualche giorno le risse si sono susseguite coinvolgendo anche me (ho rimediato una botta unghiata da Romeo, diretta ad un altro gatto). Meno male che una vicina (la proprietaria dei gatti rosa) si è portata a casa i piccoli, ristabilendo la pace nel cortile.
Per Lena invece, Speck quest'anno ha recintato tutto il giardinetto posteriore della dacia (una specie di grossa aiuola rettangolare), e la piccola ha molto apprezzato, pretendeva di uscire anche quando pioveva o c'era stato qualche temporale che aveva trasformato la terra in un piccola palude.
Un capitolo a parte lo merita la Miciccia, che purtroppo ha avuto un peggioramento nelle condizioni di salute. Non è più una giovincella, e abbiamo temuto per lei, ma grazie alle cure dei nostri genitori, per ora tiene botta. Durante la permanenza nelle montagne bergamasche è migliorata, e adesso l'andremo a trovare.
Veniamo all'Università. Lo scorso anno ho avuto una botta di depressione, in cinque anni ho 9 esami, tutti passati, alcuni anche brillantemente, tuttavia troppo pochi per giungere al traguardo della laurea entro i 50 anni. Inoltre, essendo la sede così lontana, seguire le lezioni è veramente difficile. Così avevo deciso di cambiare facoltà e università, Quindi, due settimane fa sono andata a Venezia per fare il passaggio a Milano. Obiettivo Lingue e Letterature Straniere. Procedura veloce, ma non indolore. Lasciare Venezia era per me una sconfitta, ma...diciamo che non vedevo alternative.
POI, martedì scorso sono andata a immatricolarmi.
Entro, prendo il mio numerello: 60, 45 persone davanti a me. Pazienza, aspetterò. Mi siedo e dopo un pò una tipa mi chiede un'informazione. Le rispondo e questa mi dice: "Ma ti rendi conto che mi hai già risposto due volte? Non sono idiota!". Le ho girato le spalle pensando che forse idiota non era, ma maleducata certo sì. Quando infine è venuto il mio turno, la botta finale: l'impiegata non è stata certo maleducata, ma sembrava quasi che le desse fastidio che mi volessi iscrivere. Infine, il pagamento per l'immatricolazione dovevo farlo in contanti. Tragedia. E' questa l'università di una città che si bulla di ospitare l'Expo mondiale? Che si definisce EUROPEA? La città di piazza affari piena di banche? Contanti?
Se prima ero depressa, ora ero in un pozzo di disperazione. Non ho perso tempo e ho scritto subito a Cà Foscari chiedendo di ritirare la richiesta di trasferimento. Sembra che tutto andrà a posto e io tornerò gaiamente a far la spola con Venezia. Che figata.
sabato 20 settembre 2014
mercoledì 20 agosto 2014
Pasqualino
Purtroppo m'è arrivata oggi una bruttissima notizia, Pasqualino se n'è andato. Dopo la fallita convivenza con Lena lo scorso anno era stato affidato ad una signora che lo andava a visitare nell'appartamento della sua padrona per dargli da mangiare e qualche coccola. Aveva la finestra aperta e trovandosi al piano terra era scappato. Lo avevano cercato per settimane e quando ormai non ci speravano più lo avevano ritrovato a casa di una coppia anziana. Quest'anno si era trovata una persona che lo teneva a casa sua e finalmente le cose sembravano sistemate, ma improvvisamente ha smesso di mangiare e in breve si è spento. Aveva contratto la leucemia felina. Era un gattino avventuroso e affettuosissimo, ne aveva passate non poche ma si è fatto amare. Buon viaggio piccolino, ci rivedremo.
giovedì 14 agosto 2014
Quando il titolo cambia tutto o quasi: “Cena tra amici” ovvero “Le Prenom”
Questa commedia francese ha fatto una
fugace apparizione nelle sale cinematografiche italiane totalizzando
un discreto ma non entusiasmante numero di spettatori. L'opera di
Matthieu Delaporte e Alexandre De La Patellière è stata avvicinata
a "Carnage" di Roman Polanski, ma a parte il fatto di
essere tratti da piece teatrali -di cui conservano l'impianto
narrativo e scenografico- e di basarsi su una progressiva spoliazione
(o l'esagerazione) delle premesse iniziali dei personaggi, le due
opere hanno abbastanza poco in comune.
Pierre ed Elisabeth invitano a cena
Vincent (fratello di quest'ultima), sua moglie Anne e l'amico Claude:
una riunione che sembra essere consuetudine tra persone che si
conoscono bene e si frequentano dall'infanzia. Anne è incinta, e la
domanda che viene subito fatta a Vincent riguarda il nome del
nascituro. Da qui inizia una discussione infinita che porterà a una
serie di rivelazioni e di confessioni che minacceranno seriamente la
loro amicizia.
Spiegata così la trama, potreste già
arrivare a capire quale sia il nucleo attorno al quale si sviluppa la
storia. Ma per me che non conosco il francese e non avevo nemmeno
fatto caso alla sigla iniziale in cui non sono riportati i cognomi
dei protagonisti e di tutti gli altri collaboratori, tutta questa
faccenda del nome del bambino che si trascina per un'ora e mezza di
film sembrava un pò troppo pretenziosa e pesante, e terminata la
visione mi sentivo di aver perso qualcosa. Grazie al cielo internet c'è, ed è bastata una breve
ricerca per trovare il tassello mancante: il titolo. Sì, lo so, nella sigla di testa si può leggere quello originale, tuttavia non è tradotto ed è così
diverso da quello italiano da far pensare di non avere importanza.
Invece, è proprio "Il nome" il perno di tutta la vicenda,
che a partire da un'innocente -anche se pesante- scherzo, crea le
condizioni per un epocale litigio che non finirà le amicizie nè i
matrimoni, ma certo ne metterà in luce le ambiguità nonchè i lati
oscuri dei personaggi, con una serie di divertenti equivoci e
ironiche stilettate all'intellighenzia borghese e militante della
gauche.
![]() |
| Vincent, Anne, Claude, Elisabeth, Pierre |
domenica 20 aprile 2014
Le audaci teorie scientifiche di Gemella Ciambella: come evitare la sovrappopolazione pacificamente.
Oggi faro' di tutto per essere seria, poiche' cio' che vi scrivo e' veramente inteso con serieta'.
Come sapete sia io che Frittella siamo due sfegatate fans della natura: animali, piante, rocce troveranno sempre santuario da noi. Vedendo come vanno le cose purtroppo a volte c'e' da chiedersi se non siamo troppi, noi esseri umani.
Pensiamoci ragazzi, quanti siamo? tra i 6 e i 7 miliardi, and counting...! Siamo davvero troppi.
La terra ha risorse limitate e mi pare che le abbiamo gia' sfruttate fino quasi all'esaurimento. Vero, le risorse basterebbero probabilmente per tutti se non ci fossero i soliti che vogliono sempre avere piu' degli altri ma gia' secoli fa ci si chiedeva se la popolazione umana non fosse troppa. Ricordo la storia di un filosofo inglese del 1800 (credo), di cui purtroppo non ricordo il nome, il quale desiderava reincarnarsi in una malattia infettiva per mietere un po' questa fastidiosa pestilenza chiamata umanita'.
Senza andare cosi nel macabro (ormai quelli che ci sono, ci sono), dato che anche le guerre non ci piacciono e fame ed epidemie tanto meno, e' chiaro che bisogna agire sulle generazioni a venire.
L'uso degli anticoncezionali per quanto utile e' boicottato alla grande da diverse religioni e a volte addirittura ignorato da chi per tradizione o ignoranza, vuole fare un sacco di figli.
E allora, cosa fare? come risolvere un problema cosi spinoso in modo elegante e senza adirare le societa' tradizionaliste? Ma certo, la risposta e' LA TECNOLOGIA!!
Pensateci: quanto tempo passiamo davanti alla TV invece di fare sesso? quanto siamo distratti nella nostra societa' da Internet, computers, videogiochi e smart phones?
E cosa fanno nei paesi dove queste comodita' non ci sono o sono rare e ancora costose, dove Internet non e' WIFI o high speed?
BINGO! Fanno sesso e figli! Certo i figli si fanno anche per amore ma quanti arrivano per caso o perche' non c'era nient'altro da fare quella sera di gennaio?
E allora ecco la mia idea: inondiamo i paesi piu' prolifici, con tecnologia a basso costo, diamo loro la benedizione di free internet nei posti pubblici, wifi, apps come se piovesse! E vediamo poi i risultati!
Sicuramente con una popolazione mondiale minore, ci sarebbero piu' risorse e benessere per tutti.
Che ne dite? non e' una grande idea? E' da provare! e anche se avessi torto...nessuno ci avrebbe rimesso niente! E nessuna religione o credenza sarebbe offesa.
Pero' se funziona voglio il nobel per la pace.
Per il Pizza: so che stai rabbrividendo ma la scienza deve fare il suo corso.
Buona Pasqua!
Come sapete sia io che Frittella siamo due sfegatate fans della natura: animali, piante, rocce troveranno sempre santuario da noi. Vedendo come vanno le cose purtroppo a volte c'e' da chiedersi se non siamo troppi, noi esseri umani.
Pensiamoci ragazzi, quanti siamo? tra i 6 e i 7 miliardi, and counting...! Siamo davvero troppi.
La terra ha risorse limitate e mi pare che le abbiamo gia' sfruttate fino quasi all'esaurimento. Vero, le risorse basterebbero probabilmente per tutti se non ci fossero i soliti che vogliono sempre avere piu' degli altri ma gia' secoli fa ci si chiedeva se la popolazione umana non fosse troppa. Ricordo la storia di un filosofo inglese del 1800 (credo), di cui purtroppo non ricordo il nome, il quale desiderava reincarnarsi in una malattia infettiva per mietere un po' questa fastidiosa pestilenza chiamata umanita'.
Senza andare cosi nel macabro (ormai quelli che ci sono, ci sono), dato che anche le guerre non ci piacciono e fame ed epidemie tanto meno, e' chiaro che bisogna agire sulle generazioni a venire.
L'uso degli anticoncezionali per quanto utile e' boicottato alla grande da diverse religioni e a volte addirittura ignorato da chi per tradizione o ignoranza, vuole fare un sacco di figli.
E allora, cosa fare? come risolvere un problema cosi spinoso in modo elegante e senza adirare le societa' tradizionaliste? Ma certo, la risposta e' LA TECNOLOGIA!!
Pensateci: quanto tempo passiamo davanti alla TV invece di fare sesso? quanto siamo distratti nella nostra societa' da Internet, computers, videogiochi e smart phones?
E cosa fanno nei paesi dove queste comodita' non ci sono o sono rare e ancora costose, dove Internet non e' WIFI o high speed?
BINGO! Fanno sesso e figli! Certo i figli si fanno anche per amore ma quanti arrivano per caso o perche' non c'era nient'altro da fare quella sera di gennaio?
E allora ecco la mia idea: inondiamo i paesi piu' prolifici, con tecnologia a basso costo, diamo loro la benedizione di free internet nei posti pubblici, wifi, apps come se piovesse! E vediamo poi i risultati!
Sicuramente con una popolazione mondiale minore, ci sarebbero piu' risorse e benessere per tutti.
![]() |
| Lo dice anche Bansky... |
Pero' se funziona voglio il nobel per la pace.
Per il Pizza: so che stai rabbrividendo ma la scienza deve fare il suo corso.
Buona Pasqua!
domenica 30 marzo 2014
Double bill con Gemella Frittella, "A prososito di Davis" e "Lei"
La vostra Frittella non frequenta il cinema quanto vorrebbe, ma ogni tanto capita di andarci e per film notevoli come quelli che seguono...
L'amore ai tempi dell'Ipad: Lei di Spike Jonze
Hang me, oh Hang me! A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen
Uscendo dal cinema dopo aver visto “A
proposito di Davis” per la prima volta, la mia amica Tiziana è
perplessa. Bel film, certo, fatto bene...ma...? A dire, ne avevamo
proprio bisogno? A cosa volevano arrivare i Coen Bros raccontando la
storia surreale e sfortunata di Llewin Davis, musicista folk nella
New York degli anni 60?
Io che il film lo vedevo per la seconda
volta (e se continuasse ad essere in cartellone probabilmente
tornerei a vederlo) so come si può sentire: lo svolgersi degli
avvenimenti sembra non avere picchi, e come in “A serious man” o
“Fratello dove sei?” ci sentiamo un po' defraudati della normale
struttura narrativa di un film (specialmente se americano). I
fratelli Coen vengono citati soprattutto per pellicole scoppiettanti,
violente e surreali come “Fargo”, “Il grande Lebowsky”, “Non
è un paese per vecchi”, ma hanno anche un lato estremamente
filosofico: così, “A serious man” era un'evidente citazione
delle peripezie di Giobbe, “Fratello dove sei?” dell'Odissea di
Omero, e “A proposito di Davis” sta a metà tra queste due
ispirazioni.
Siamo nel 1961, la musica folk sta
vivendo una nuova stagione in contemporanea con la rinascita della
consapevolezza civile nei giovani. Manca poco al debutto di Bob
Dylan, che già si aggira per il Village (il suo primo album omonimo
è proprio del 1961), e Llewin Davis è uno dei tanti folk singers
che suonano al Gaslight Cafè, nuovo tempio del genere. L'attacco
nella prima inquadratura di “Hang me, oh Hang me” ci presenta un
personaggio che si sente fuori posto dovunque: dalle navi cargo dove
lavorava, al Village dove sogna di sfondare (forse), è ipercritico e
perennemente insoddisfatto da ciò che gli tocca ascoltare. Le
canzoni dei suoi colleghi sono malinconiche ballate che vagheggiano
una povertà e una solitudine mai vissute, gli sguardi degli
spettatori, giovani intellettuali impegnati a sembrare più che ad
ascoltare, sono rapiti da qualunque cosa possa essere hip, ma Llewin,
che povertà e solitudine invece le conosce bene, non riesce a farsi
incantare dall'atmosfera, e all'entusiasmo degli amici per le
esibizioni risponde assentendo con una mancanza di convinzione che
nasconde a malapena il suo disappunto: “Aha”.
In effetti, a parte il gestore del
locale (lui sì, veramente cinico) che qui assume il nome di Pappi
Corsicato (?) è l'unico a non vivere su una nuvoletta rosa. Sotto la
patina dorata della leggenda tramandata e dell'entusiasmo che doveva
esserci allora nell'aria, trapela la sensazione di una posa, di una
finzione che bene o male tutti gli altri personaggi hanno accettato
di farne parte. L'amico Jim si finge musicista impegnato ma è un
giovanotto di buona famiglia che sa bene che per sfondare bisogna
scrivere canzonette, e non ha vergogna di farlo (e di inciderle!);
l'agente Mel offre il proprio cappotto allo squattrinato Llewin per
poi ritirare l'offerta appena questo accetta; Jean (compagna di Jim)
si fa mettere incinta sempre da Llewin (forse) per poi trattarlo
malissimo, come se lei non fosse stata nemmeno presente quando è
successo il fattaccio. La sorella finge che nella loro famiglia sia
andato sempre tutto bene, ma è evidente che le cose non stanno così.
Tutti in qualche modo recitano una parte, cercando di mostrare
qualcosa e di nascondere qualcos'altro. Solo Llewin e il gatto dei
Gorfein -sua coscienza, una sorta di Grillo Parlante molto più
simpatico- sono sempre sinceri, con tutti. E per questo motivo il
protagonista diventa a sua volta coscienza e spalla di una giostra di
caratteri che gli vengono incontro come massi su una strada in
discesa e che presi tutti insieme (come purtroppo capita al nostro
eroe) sono veramente allucinanti. Il culmine però è l'incontro con
Johnny Five -poeta beat- e Roland Turner, musicista jazz con la
spocchia dei musicisti Jazz. Il viaggio che insieme a loro Llewin
compie verso Chicago è una vera sofferenza, percepita quasi
fisicamente anche dallo spettatore che assiste incredulo a quanto il
protagonista deve subire, e quando chiede alla cameriera di un
autogrill quanto manca a Chicago e lei risponde “Tre ore” ci
sentiamo veramente gelare il sangue.
Nonostante il freddo, la fame, e gli
sfiancanti compagni di abitacolo va avanti, aggrappato alla sua
musica, che forse è l'unica cosa di cui sia sicuro, anche quando il
famoso produttore Bud Grossman gela le sue speranze.
Se di solito i film dei fratelli Coen
traboccano di cinico humour nero, qui possiamo permetterci solo una
risata amara e incredula. Llewin, così casinista, testardo, forse
presuntuoso ma puro, resta nel cuore, persegue la sua strada anche se
sa che ci sarebbero scappatoie, che la vita non premia i coraggiosi e
che di questo passo non arriverà da nessuna parte. Lo sa, e nessuno
si esime dal ricordarglielo, dall'acida Jean a Grossman (“Non hai
la stoffa del leader”), ma non riesce a fare a meno di seguire la
propria strada, per quanto rovinosa e deludente. E anche quando cerca
di ritornare ad una vita “regolare”, al lavoro “serio” del
marinaio per poter almeno mangiare, non può tornare indietro, ma
solo proseguire verso il suo destino.
Per chi conosce la musica di Bob Dylan
e il cinema di quel periodo il film è anche un delizioso catalogo di
ammiccamenti e citazioni che permettono di leggere la storia su
diversi piani, uno strettamente legato alle vicende di Llewin e
l'altro alla storia dell'impegno civile e del movimento sia musicale
che politico degli anni 60.
Dietro l'apparente semplicità e
linearità “A proposito di Davis” cela una ricchezza di
caratteri, di considerazioni sul destino e di paradossi, anche
temporali, invidiabile. Costruito su quanto non si dice piuttosto che
su quanto viene detto e mostrato, ha una sceneggiatura mirabile, una
musica meravigliosa, e due straordinari personaggi, Llewin Davis
(Oscar Isaac, bravo anche come cantante), e il gatto. E ti resta
dentro per tantissimo tempo, come una canzone che non riesci a
smettere di cantare alla quale scopri di esserti terribilmente
affezionato.
![]() |
| Llewin Davis |
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| e...Gatto...? |
“Essere John Malkovich” era un film bizzarro, divertente e a tratti disturbante, che ci fece conoscere il genio (oserei chiamarlo così) di Spike Jonze e la sua concezione dell'identità individuale (?) e dei rapporti amorosi. Ritroviamo questi stessi temi alla base di “LEI”, una storia d'amore (come gridato dai poster) ma non solo, interpretata da un Joaquin Phoenix carino carino e (nella versione originale) da un'incorporea (per la tristezza dei suoi fan) Scarlett Johansson.
Theodor Twombly fa lo scrittore di lettere, tiene la corrispondenza personale di chi per tempo o per scelta non riesce a scrivere ai propri cari. Passa la sua giornata a dettare a un computer frasi piene d'amore e nutrire gli affetti altrui mentre la sua vita, da quando la moglie lo ha lasciato, è praticamente priva di contatti umani, serrata tra il lavoro e la casa, un gigantesco appartamento quasi vuoto immerso in una città dove sembra non crescere un filo d'erba e tutto lo spazio è occupato da giganteschi grattacieli. Theodor passa le ore libere giocando con videogiochi olografici con i quali può addirittura dialogare e il suo vero unico compagno di vita è un aggeggio simile ad un telefono cellulare col quale comunica grazie a un auricolare: una voce elettronica lo guida, gli legge le sue mail, lo introduce in (disastrose) chat sexy, eccetera. In pratica parla da solo. La sua solitudine termina il giorno in cui decide di installare nel suo computer OS, un sistema operativo a intelligenza artificiale che -differentemente da Windows, Linux e Apple- è in grado di imparare ed evolversi. L'effetto è immediato, Theodor inizia subito a dialogare con la voce che viene dal computer (che si sceglie il nome di Samantha) e grazie all'auricolare (e ad un fantastico sistema W-Lan, Wi-Fi e tutto il W che potete immaginare) se la porta sempre appresso. Dapprima parlano del più e del meno, lei gli riordina le mails e lui le chiede aiuto per correggere alcune lettere. In pochissimo tempo però diventano amici inseparabili e da lì iniziano una verae propria relazione sentimentale.
Un rapporto tra materiale e immateriale, tra un uomo e un'entità elettronica, non fisica è un'idea vertiginosa e di per sé molto poco cinematografica che Spike Jonze affronta in ogni sua sfumatura, anche la più difficile e paradossale. Non si tira indietro neanche di fronte alla resa di una scena d'amore tra un uomo in carne ed ossa e una voce, pur per la sottoscritta poco convincente, ma certamente coraggiosa. Tutti i dubbi, le incertezze, le felicità di questa storia d'amore vengono raccontati e -come nella vita di tutti noi- i rapporti di forza cambiano continuamente e la fine è sempre qualcosa di ignoto e sorprendente.
L'idea è intrigante, di quelle che covano nell'inconscio di tutti e che aspettano solo che una sensibilità superiore e coraggiosa le peschi per noi dal profondo. Il mondo in cui si muove Theodor, pulito, caldo, morbido, in cui non esistono guerre né povertà ma solo solitudine è lo specchio inquietante del presente tecnologico, in cui le persone sono immerse in un perenne soliloquio con telefoni e computer e i gradi di separazione tra esseri umani si moltiplicano esponenzialmente; la scelta dell'ambiente, una città di edifici altissimi lucidi e immobili, sempre più opprimente e insopportabile man mano che la storia procede è illuminata dalla luce di un sole amico e dai colori delle camicie di Theodor; la splendida, veramente splendida fotografia riesce a creare un'atmosfera sospesa, un mondo come uno spot della Apple ma più sognante. Sotto certi punti di vista “Lei” è un capolavoro.
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| Joaquin Phoenix sogna...e noi sogniamo lui! |
Purtroppo però questo film colleziona una serie di difetti quasi imperdonabili. Il più grave, soprattutto se consideriamo che ha vinto alcuni premi come miglior sceneggiatura originale, è proprio nella scrittura: troppa, ridondante, stucchevole. I personaggi parlano continuamente, in pratica non esistono spazi di silenzio. I dialoghi tra Samantha e Theodor sono dolciastri, complimentosi e affettati, ricordano quelli di certi spot di biscotti e merendine, e la mancanza di sostanza fisica di Samantha è sostituita da una valanga di inutili spiegazioni e parole. Credo che il termine “Dolce” sia il più ricorrente, come sei dolce, che dolce, roba da diabete fulminante. Per non parlare delle lettere che scrive Theodor, altra botta glicemica che rischia di stendere. Le emozioni sono telefonate, l'ellissi e il non detto defungono, c'è una sovrabbondanza di descrizioni di sentimenti che li rende didascalici e artificiosi, a cui corrisponde anche un'esagerazione di sequenze che mostrano “ioeilmioamorequantocidivertiamoinsieme” (del tipo musica di sottofondo e vari spezzoni su come Theo e Sam passano il tempo) che hanno il sapore delle bibite gasate che promettono un mondo migliore. Volendo difendere a tutti i costi Jonze si potrebbe dire che in linea con l'ambientazione sceglie, oltre ad un'immagine da spot anche un linguaggio da spot. E' innegabile però che questo stile appesantisca mostruosamente la narrazione. Sembra che il regista abbia abbandonato il suo bizzarro umorismo o gli abbia dato una forma troppo complessa per essere riconosciuta con relativa facilità.
Joaquin Phoenix oltre che carino carino è anche bravo bravo, ma non abbastanza per reggere il peso attoriale di un copione del genere, in cui per il 90% del tempo parla con una fidanzata invisibile. E' sicuramente anche colpa dei dialoghi, ma -anche se non è carino carino- al suo posto io ci avrei visto meglio Bill Murray, che s'era già caricato sulle spalle “Lost in Translation” portandolo ad un ottimo livello. Chissà, con un regista come Jonze, cosa sarebbe riuscito a fare.
Lei, proprio LEI, Samantha, nella versione italiana è insopportabile. Micaela Ramazzotti ha uno spiccato accento romano, ma se fosse solo quello la potremmo pure perdonare. Il problema è che non convince per niente. Non trasmette nessuna emozione sincera (che sarebbe di regola il compito di un attore) impegnata com'è a cercare di imitare la voce leggermente roca di Scarlett Johansson, quella che conosciamo dagli spot di “Dolcie e Gabana” (e che di per sé non mi ha mai particolarmente emozionata) e a pronunciare “Theodor” all'americana. Tutto quello che vorremmo è lasciarci trascinare e sommergere dalla bellezza delle immagini, ma siamo continuamente infastiditi dal cicaleccio della Ramazzotti, al punto che in certi momenti vorremmo scappare dalla sala. Qui non sarei in grado di fare un nome per una sostituta, ma sono certa che con la voce giusta il film avrebbe funzionato meglio.
Molto bene e molto male insomma. Non so dirvi quanto mi dispiace, perchè -ripeto- questo film poteva davvero essere un capolavoro. Vale comunque la pena di andarlo a vedere.
“Lei” è adesso e sempre, è la solitudine universale e profonda dell'uomo, un essere molto più limitato di quello che crede, che non dipende dalle nostre differenze “di costruzione”, bensì dalla creazione stessa che ci ha condannati.
sabato 22 marzo 2014
Gemella Ciambella fa un viaggio nel passato: "Amateur" di Hal Hartley
"Amateur" di Hal Hartley fu uno dei piu' grandi successi del cinema indipendente dei nebulosi anni 90' e nonostante io abbia sempre voluto vederlo non ci sono mai riuscita (bo', forse ho speso tutti i miei soldi in film come Seven e Fight Club).
La settimana scorsa la TV tedesca mi ha finalmente dato la possibilita' di guardare questo film, una volta per tutte, o quasi.
La storia: un uomo, Thomas, si sveglia in una strada, dopo un volo fuori da una finestra e dopo essere stato abbandonato sul selciato da una misteriosa donna.
Egli non ricorda piu' chi sia, entra in un cafe', dove cerca di ordinare da mangiare ma ritrovandosi nelle tasche solo soldi olandesi, non viene servito. In suo aiuto appare una cliente, Isabelle, che gli offre un pranzo e lo invita a casa sua per medicargli le ferite. Thomas accetta.
Entrati in confidenza, Isabelle racconta a Thomas di essere una ex suora, ninfomane ma ancora vergine, che si guadagna da vivere scrivendo romanzetti pornografici. Intanto Sofia, la donna che ha lasciato Thomas a terra, e' in fuga da dei loschi tipi ma il suo destino incrociera' presto quello di Isabelle e Thomas.
Ho trovato la storia interessante e sufficientemente appassionante, anche se dalle prime scene avevo gia' capito come sarebbe finita (tuttavia ho sperato fino alla fine in un colpo di scena). Il punto centrale del film non sembra essere nemmeno la storia ma i personaggi: ognuno di loro ha una biografia abbastanza incredibile e si muovono in uno scenario di fatti ancora meno plausibili con una notevole sicurezza. Nessuno di loro si fa troppe domande, vivono come in una realta' alternativa.
La storia e' raccontata con humor flemmatico e un po' di surrealismo, tipico forse degli anni 90' (Clerks, Leningrad Cowboys), dove i lunghi silenzi valgono come battute e sottolineano lo stupore di fronte a certe situazioni.
"Amateur" mi e' piaciuto ma probabilmente mi sarebbe piaciuto di piu' anni fa.
Non si puo' non sorridere di fronte ai cellulari grandi come cabine telefoniche e a certi vestiti. Il tipo di narrazione, l'incredibilita' di certe scene ha funzionato sicuramente prima ma in qualche modo non mi ha convinto oggi...forse e' il montaggio, oppure semplicemente era un film "giovane" e non tutti hanno il talento per la leggerezza di Aki Kaurismaki. Il film vive della performance dei suoi attori: Isabelle Huppert e Martin Donovan sono a loro agio nei panni di Isabelle e Thomas, mentre Elina Löwensohn e Damian Young si muovono sopra le righe e portano avanti la narrazione, prendendo decisioni sbagliate una dietro l'altra.
Isabelle Huppert brilla e si distingue per la sua "europeicita' ", impossibile da nascondere in un ambiente cosi "americano".
Mi piacerebbe vedere altri film di Hal Hartley, anche perche' si e' sicuramente evoluto da allora. E' autore anche della trilogia di "Henry Fool" e facendo una ricerchina ho scoperto che e' ancora molto attivo ed e' forse l'ultimo vero indipendente del cinema americano: attraverso la sua compagnia Possible Films, scrive produce e distribuisce le sue pellicole.
Il suo nuovo film dovrebbe uscire quest'anno ed e' stato finanziato attraverso Kickstarter.
Per saperne di piu', ecco il sito di Possible Films: http://www.possiblefilms.com/
La settimana scorsa la TV tedesca mi ha finalmente dato la possibilita' di guardare questo film, una volta per tutte, o quasi.
La storia: un uomo, Thomas, si sveglia in una strada, dopo un volo fuori da una finestra e dopo essere stato abbandonato sul selciato da una misteriosa donna.
Egli non ricorda piu' chi sia, entra in un cafe', dove cerca di ordinare da mangiare ma ritrovandosi nelle tasche solo soldi olandesi, non viene servito. In suo aiuto appare una cliente, Isabelle, che gli offre un pranzo e lo invita a casa sua per medicargli le ferite. Thomas accetta.
Entrati in confidenza, Isabelle racconta a Thomas di essere una ex suora, ninfomane ma ancora vergine, che si guadagna da vivere scrivendo romanzetti pornografici. Intanto Sofia, la donna che ha lasciato Thomas a terra, e' in fuga da dei loschi tipi ma il suo destino incrociera' presto quello di Isabelle e Thomas.
Ho trovato la storia interessante e sufficientemente appassionante, anche se dalle prime scene avevo gia' capito come sarebbe finita (tuttavia ho sperato fino alla fine in un colpo di scena). Il punto centrale del film non sembra essere nemmeno la storia ma i personaggi: ognuno di loro ha una biografia abbastanza incredibile e si muovono in uno scenario di fatti ancora meno plausibili con una notevole sicurezza. Nessuno di loro si fa troppe domande, vivono come in una realta' alternativa.
La storia e' raccontata con humor flemmatico e un po' di surrealismo, tipico forse degli anni 90' (Clerks, Leningrad Cowboys), dove i lunghi silenzi valgono come battute e sottolineano lo stupore di fronte a certe situazioni.
"Amateur" mi e' piaciuto ma probabilmente mi sarebbe piaciuto di piu' anni fa.
Non si puo' non sorridere di fronte ai cellulari grandi come cabine telefoniche e a certi vestiti. Il tipo di narrazione, l'incredibilita' di certe scene ha funzionato sicuramente prima ma in qualche modo non mi ha convinto oggi...forse e' il montaggio, oppure semplicemente era un film "giovane" e non tutti hanno il talento per la leggerezza di Aki Kaurismaki. Il film vive della performance dei suoi attori: Isabelle Huppert e Martin Donovan sono a loro agio nei panni di Isabelle e Thomas, mentre Elina Löwensohn e Damian Young si muovono sopra le righe e portano avanti la narrazione, prendendo decisioni sbagliate una dietro l'altra.Isabelle Huppert brilla e si distingue per la sua "europeicita' ", impossibile da nascondere in un ambiente cosi "americano".
Mi piacerebbe vedere altri film di Hal Hartley, anche perche' si e' sicuramente evoluto da allora. E' autore anche della trilogia di "Henry Fool" e facendo una ricerchina ho scoperto che e' ancora molto attivo ed e' forse l'ultimo vero indipendente del cinema americano: attraverso la sua compagnia Possible Films, scrive produce e distribuisce le sue pellicole.
Il suo nuovo film dovrebbe uscire quest'anno ed e' stato finanziato attraverso Kickstarter.
Per saperne di piu', ecco il sito di Possible Films: http://www.possiblefilms.com/
venerdì 28 febbraio 2014
La pedagogia e Gemella Ciambella
Forse non tutti sapete, che qualche volta insegno video ai bambini di una scuola elementare.
La scuola ha un paio di alberi in giardino.
Oggi entro in classe per fare la mia lezione ed entrano i primi bambini. Dato che la temperatura dei termosifoni era regolata su "ben cotto-croccante", uno dei ragazzi apre la finestra per rinfrescare l'ambiente.
Improvvisamente rientra l'insegnante che mi ha preceduto e intima "No, no! non aprire cosi tanto la finestra!!"
e poi ci spiega che "davanti alla finestra corrono spesso gli scoiattoli! Sono incontrollabili e se mordono portano la RABBIA! E i bambini poi si spaventano!".
A questa spaventosa rivelazione, il mio cervello ha prodotto i seguenti pensieri:
-Oooooh, scoiattoli, che caaaaaariniiiiiiiii!!
-La rabbia?! che sciocchezza, piuttosto non vorrei che uno scoiattolino restasse prigioniero nella classe,
sarebbe terribile!!
-Da quando in qua i bambini sono spaventati dagli scoiattoli?!
-Gli scoiattoli, che caaariniiiii!
-Un attimo, allora abbiamo gli SCOIATTOLI MANNARI qui a scuola? Maccheffigata!! John Carpenter ci farebbe un film fichissimo!
-E poi gli scoiattoli sono cosi caariniiii!
Per fortuna pero', nessuno mi ha potuto leggere nel pensiero.
La scuola ha un paio di alberi in giardino.
Oggi entro in classe per fare la mia lezione ed entrano i primi bambini. Dato che la temperatura dei termosifoni era regolata su "ben cotto-croccante", uno dei ragazzi apre la finestra per rinfrescare l'ambiente.
Improvvisamente rientra l'insegnante che mi ha preceduto e intima "No, no! non aprire cosi tanto la finestra!!"
e poi ci spiega che "davanti alla finestra corrono spesso gli scoiattoli! Sono incontrollabili e se mordono portano la RABBIA! E i bambini poi si spaventano!".
A questa spaventosa rivelazione, il mio cervello ha prodotto i seguenti pensieri:
-Oooooh, scoiattoli, che caaaaaariniiiiiiiii!!
-La rabbia?! che sciocchezza, piuttosto non vorrei che uno scoiattolino restasse prigioniero nella classe,
sarebbe terribile!!
-Da quando in qua i bambini sono spaventati dagli scoiattoli?!
-Gli scoiattoli, che caaariniiiii!
-Un attimo, allora abbiamo gli SCOIATTOLI MANNARI qui a scuola? Maccheffigata!! John Carpenter ci farebbe un film fichissimo!
-E poi gli scoiattoli sono cosi caariniiii!
Per fortuna pero', nessuno mi ha potuto leggere nel pensiero.
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