C'era
una volta un bravo regista italiano, anzi, il miglior
regista
italiano: era fantasioso, brillante, rigoroso. Sapeva girare e
sceneggiare. Creava film che andavano forte anche all'estero ed era
responsabile della scoperta cinematografica dell'attore più fico
della galassia. Un giorno però, arrivarono dallo spazio gli
ultracorpi, e nel giro di una notte sostituirono il miglior regista
italiano con un regista di videoclip dalle idee confuse. Nessuno se
ne accorse e l'ultracorpo continuò a girare film come aveva fatto
prima il suo ospite, producendo però delle pompose scemenze. Ecco,
se le cose stessero così potremmo almeno in parte scusare Paolo
Sorrentino per "La grande bellezza". Purtroppo non ci sono
baccelloni nel suo giardino, quindi dobbiamo credere che fosse nel
pieno delle sue facoltà mentali quando ha scritto, sceneggiato e
diretto questo film.
Jep Gambardella è uno
scrittore che ha pubblicato un solo libro di grande successo. E' una
sorta di Oscar Wilde napoletano in trasferta permanente a Roma.
Elegantissimo, mondanissimo, il suo compito è guidarci alla scoperta
della decadente capitale d'Italia tra (tante)feste in discoteca,
serate in terrazza a scambiarsi cattiverie con gli “amici”,
scopate volanti con questa e quella, sedute da un dottore che spiana
le rughe con una miracolosa siringa. Jep è figo, a tratti cafone, si
aggira nei salotti romani con l'aria di chi tutto ha visto e di nulla
si sorprende più. Si confida solo con la sua redattrice Dadina,
anche se a nessuno parla delle sue sofferenze, della solitudine,
della sua ricerca della grande bellezza
persa di vista tra drinks e discoteche. E' un cinico che si lascia
vivere, pur tra gli agi; è stato deluso da tutto e dall'amore prima
di ogni cosa: ha amato una sola donna la quale lo ha lasciato e -pur
continuando ad amarlo- ha sposato un altro uomo. Egli vede la
disperazione attraverso la patina di allegria e lusso delle feste in
terrazza, prova simpatia e sincera commozione per il prossimo, ma non
interviene mai, rimane un osservatore. Aggiungiamo che Jep
Gambardella è Toni Servillo e la domanda verrà spontanea: perchè
questo film non m'è piaciuto e anzi, mi ha fatta imbestialire?
Vediamo...
![]() | ||
Toni Servillo, lui sì che è una bellezza... |
Prima di tutto, “La
dolce vita”: io il film di Fellini non l'ho mai visto (beh, non
tutto intero) e certamente non posso giudicare la più volte citata
somiglianza con l'opera di Sorrentino, ma trovo che tutta
l'ambientazione, i personaggi e la storia siano mostruosamente
scollati dalla realtà attuale. Mi faccio casalinga di Voghera e
chiedo: ma in questo momento storico, con tutti i problemi che ha il
nostro paese, a noi cosa ce ne importa dei salotti romani e della
loro falsità, di un'artista concettuale che sbatte la testa contro i
piloni di un acquedotto romano e -scusate tanto- della malinconia di
uno che passa la giornata a dormire, bere e scegliersi i calzini e le
cravatte? E' di questo che abbiamo bisogno? Il regista dice che Jep
simboleggia l'Italia e il suo spreco di talento, ma non mi convince:
il massimo della discesa infernale di Gambardella è avere in casa
gente che pippa cocaina (purtroppo, non c'è proprio niente di
sorprendente in questo) e pagare una coppia per guardarli mentre
fanno sesso. Un po' pochino, considerato com'è diventata Roma negli
ultimi anni e le cose a cui ci hanno abituato i telegiornali
nazionali.
I personaggi sono spesso
scontati: Stefania, la giornalista di sinistra che ha fatto carriera
grazie al partito (si mormora che sia una metaforica Palombelli),
quasi una radical chic, Viola, l'amica ricca senza arte né parte
afflitta per la malattia mentale del figlio (un simbolo della
gioventù italiana schiacciata dal proprio paese), Ramona, la
spogliarellista quarantenne dall'animo sensibile con cui il nostro
eroe intesse una specie di relazione che (letteralmente) naufraga
sull'Isola del Giglio insieme alla Costa Concordia (Alan Alda in
“Delitti e Misfatti” definiva l'umorismo tragedia
più tempo,
qui con innegabile cattivo gusto c'è solo
la prima) sono prevedibili, i loro comportamenti scontati. Carlo
Verdone è bravo nella parte dello scrittore in crisi che corre
dietro a una bruttona piena di sé, ma fa pur sempre un personaggio
di Verdone, ci mancherebbe pure che non fosse bravo.
Il linguaggio è
irritante: tutti, ma soprattuto Jep, parlano per aforismi,
distribuendo perle di saggezza dimenticabili, banalità che chiunque,
osservando i protagonisti, potrebbe coniare. L'intervista di Jep con
l'artista concettuale vorrebbe essere uno scontro tra concretezza e
inutile astrazione, ma diventa un crudele e neanche troppo raffinato
esercizio di dialettica da parte di Gambardella. E poi troppe
“telefonate” e troppe spiegazioni (tra le più atroci la
“bacchettata” di Jep a Stefania che si vanta di essere una che si
fa un mazzo tanto per essere madre e donna di successo e il dialogo
finale con la “Santa”) di cui lo spettatore non ha bisogno,
perchè le immagini e la storia dovrebbero già essere in grado di
trasmetterle. Penso ai “Mostri” di Dino Risi e a “Il dottor
Guido Tersilli” e “Finchè c'è guerra c'è speranza” del tanto
vituperato Alberto Sordi, lì nessuno faceva proclami eppure si
capivano benissimo le intenzioni degli autori. La verbosità che già
aveva contraddistinto “This Must Be The Place” tocca qui uno
zenith.
Una cosa fa piacere,
vedere tante facce “vecchie”: la Ferilli appesantita, Serena
Grandi sfatta, la sempre grande Iaia Forte scoppiata, caratteristi
divenuti famosi nelle commedie anni 80 con un bel po' di rughe in
più; sono volti più veri e questa è forse la sola novità del
film, protagonisti over 45 che per una volta non devono sembrare più
giovani ma limitarsi ad avere la propria età. Stona allora la scelta
di un giovane Jep e della sua prima e unica fiamma dai faccini che
sembrano usciti da un video dei One Direction,
e atterrisce la scena in cui lei, donna amata per tutta la vita,
donna angelicata e perfetta apre bocca (per dire qualcosa che
Gambardella ricorderà con lo sguardo perso e gli occhi a forma di
cuore) e parla come una bimbaminchia.
Eppure gli elementi del
cinema di Sorrentino ci sono, surrealtà, la sospensione di certi
istanti, in un paio di scene pare rivedere il regista de “Il Divo”
e di “Le conseguenze dell'amore”, ma sono momenti. Sorrentino
ripete sé stesso con un manierismo senza senso, cerca di clonarsi
anche se probabilmente è venuto il momento di cambiare. Jep
Gambardella altri non è se non il Toni Pagoda dei due libri
pubblicati dal regista, che a sua volta è Tony Pisapia de “L'uomo
in più” (ricordate il monologo finale?): interessante e
affascinante visto che lo interpreta Toni Servillo, ma forse ormai
incapace di dire cose nuove. Uccidilo, Paolo, lascia libero Servillo
di interpretare per te nuovi personaggi, lascia perdere le mega
produzioni con invadenti sponsor e fai un film con quattro soldi, una
buona, semplice, onesta sceneggiatura e pochi attori. Ritrova te
stesso, perchè così non ti riconosco più.