domenica 26 marzo 2017

Il diritto di scegliere (e di sbagliare) dei disabili

Qualche sera fa ero a cena con delle colleghe che come me lavorano nel campo della sordità. Una di loro si trova a far fronte ad un caso di abbandono scolastico da parte di uno studente adolescente che segue da tre anni. Come capita a molti di loro, vezzeggiati e di fatto emarginati dall'assistenzialismo statale, è stato inglobato da un gruppo religioso che grazie a evolutissimi sistemi di marketing e ulteriore assistenzialismo offre ai sordi un porto sicuro e -apparentemente- senza responsabilità; quindi non c'è motivo per faticare ulteriormente, raggiungere una qualifica professionale e magari un giorno lavorare, con tutto ciò che ne consegue. La collega era abbastanza depressa, si sentiva di aver fallito il suo compito.

Se si lavora con la disabilità, prima o poi ci si trova ad affrontare queste situazioni, specialmente se si ha a che fare con adolescenti, che per natura si rivoltano contro i buoni consigli, o famiglie problematiche che non sono in grado di fare il bene del proprio figlio o neppure riescono a immaginare quale possa essere, a me è capitato e ci sono rimasta molto male: quando t'impegni in un lavoro sociale non puoi fare a meno di vedervi uno spunto di miglioramento, tuo e degli altri. Non perché si voglia cambiare il mondo, ma perché lo si vorrebbe far funzionare meglio, rendere più armonico, ed essere coinvolti in quest'armonia (d'altronde il precariato e le paghe da fame previsti in questo campo testimoniano che è la passione a spingere educatori, assistenti alla comunicazione etc.). Vedere il risultato del proprio lavoro è bellissimo, ci si sente di aver avuto le giuste intuizioni e di aver lavorato bene, di avercela fatta nonostante condizioni difficilmente a nostro favore.
Quando invece le cose non vanno come ci saremmo aspettati siamo portati a prendercela con noi stessi o con chi ci ha ostacolati o con entrambi. Peggio ancora se chi ci delude è proprio colui/colei verso cui gli sforzi erano diretti, che avremmo dovuto facilitare e condurre verso una strada di successo e felicità, in quei casi è quasi automatico ritenersi gli unici responsabili.
Inutile dire che le vittorie o le sconfitte non sono in questo campo ascrivibili all'operato di una sola persona o entità. Ci sarà sicuramente una figura di riferimento, chi costruisce e chi distrugge, ma nessuno (nemmeno la famiglia, che a mio parere è la base su cui si costruisce ogni cosa) potrà arrogarsi totalmente merito di un risultato o la responsabilità di un fallimento.
Anche perché, cosa intendiamo per fallimento? Il fatto che i nostri piani, le minuziose progettazioni, programmazioni, equipe, tutti gli incontri coi genitori e i docenti, con gli educatori e i riabilitatori, non portino al lieto fine che ci eravamo raccontati, l'amara constatazione di avere sbagliato le previsioni e di dover scrivere sulla scheda di relazione finale “obiettivo non raggiunto”.

Se sono i disabili a rifiutare tanto dispendio di energie si rimane interdetti, non ci si spiega come mai non siano disposti ad accettare il nostro aiuto, visto che tutto è fatto per il loro bene. Su, dai, pensiamo alla nostra esperienza: abbiamo sempre mangiato le verdure quando ce lo diceva la mamma? Abbiamo evitato di metterci col fidanzatino che era inviso a mamma e papà o studiato diligentemente per prendere tutti 10 al liceo? Abbiamo tutti fatto le scelte migliori per noi stessi? Io, lo ammetto, no e sono ancora qui a pensare, magari dopo decenni, a quelle scelte.
Perché per i disabili dovrebbe essere diverso? Perché non dovrebbero essere liberi di sbagliare e imparare dai propri errori? Perché ogni loro passo deve essere programmato da altri, gestito, e attutito? Anche oggi, anche nei casi meno gravi, moltissimi adolescenti disabili vengono indirizzati verso scuole che non scelgono, percorsi di studio che altri decidono per loro, fanno esperienze guidate della vita, che non prevedono insuccessi e sconfitte. Ma neanche grandi lezioni. La libertà di sbagliare, la stessa che ci dovremmo concedere noi, tutti i ragazzi se la prendono, quando possono, e affermano così la loro identità: non sono te, non sono voi, sono IO. 
Per quanto mi possa dispiacere la scelta del mio studente neo diplomato che sceglie di non proseguire gli studi ma di aggregarsi al gruppo religioso di cui sopra e accontentarsi di fare l'uomo delle pulizie piuttosto che il tecnico di computer come avevamo progettato (era stata una sua idea, tra l'altro), non è un mio problema, non devo essere io a decidere, ma lui. Sbaglia? Può darsi, ma non è la mia opinione che conta, qui. Un adolescente normodotato potrebbe fare le stesse cose e non creerebbe tanta ansia alle persone che lo circondano. Eppure integrazione e normalità sono fatte anche di cose che rendono il disabile meno perfetto, meno ubbidiente a nostra immagine e somiglianza, ma più umano. Quello che possiamo fare noi é consigliare, rafforzare, aiutare quando ci viene chiesto, limitare i danni, ma l'errore è un sacrosanto diritto di tutti. E questo viene anche a nostro vantaggio come operatori: cambiando prospettiva e rinunciando a essere esseri miracolosi e infallibili, saremo anche sollevati dalla mostruosa responsabilità che ci siamo accollati e la potremo restituire ai ragazzi, perché imparino a prendere decisioni con la loro testa (i genitori invece portano comunque il peso di ogni avvenimento che tocca i loro figli).

Non sto dicendo di lasciare i ragazzi con disabilità a loro stessi e obbligarli a pensare da soli a tutto, ma a rispettare le loro scelte, anche quelle che ci sembrano sbagliate. Dobbiamo esserci quando serve a loro, non quando serve a noi. Non dargli fiducia equivale a considerarli stupidi e incapaci, e non lo sono. Hanno risorse che neanche possiamo sognare, che intervengono proprio quando la situazione sembra disperata. Ricordo una ragazza che portai alla maturità, la famiglia che non aveva accettato la sua disabilità e zittiva i propri sensi di colpa con grande dispendio di denaro, senza ascoltare le sue vere esigenze. Era impaurita, capricciosa, viziata. Oltre il liceo, senza una scusa per uscire di casa, vedevo un futuro fosco attenderla. Invece, proprio dopo la maturità, ha cominciato a vivere, ha tirato fuori energie insospettate e da quello che so sta finalmente acquisendo una propria autonomia rispetto alla famiglia. I ragazzi, se lasciati liberi, ce la fanno. E se cadono, come tutti, si rialzano. Lasciamoli cadere, lasciamoli rialzare.





venerdì 6 gennaio 2017

Ecco la Befana!

Da qualche anno ormai ripropongo questo post di Ciambella che contiene un suo fumetto sulla Befana; lo faccio anche oggi, penso che l'Epifania sia bella tanto quanto e forse più del Natale, del quale non ha i tempi convulsi e gli obblighi, e che per questo mantiene, per chi lo conosce, il suo significato, che sia quello della religione cristiana o quello precedente, più antico ma anche più vasto.
Immagine reperita su internet, per il fumetto cliccate sul link!
Mi piacerebbe disegnare un fumetto sulla Befana, magari riportando la storia e le evoluzioni di questa tradizione. Per ora vi lascio al fumetto di Ciambella, buon divertimento e Buona Befana!

sabato 24 dicembre 2016

Un anno abbastanza terribile

Chi segue (o seguiva) questo blog avrà notato quanto poco sia stato pubblicato in questo 2016. Non si è trattata solo di pigrizia, ve lo assicuro. Da un paio di anni in qua Ciambella si è disinteressata della gestione del blog, per motivi sacrosanti che non ha bisogno di spiegare. Dal mio canto, non ho voluto strombazzare il matrimonio mio e di Speck (nel 2015) perché non ce n'era bisogno e gli accadimenti successivi, se descritti, sarebbero stati solo repliche di vecchi post, quindi una gran noia.
Spesso ho aperto il blog pensando Adesso scrivo un post sull'immigrazione, sul referendum, sul lavoro coi disabili... ma alla fine più che la voglia di scrivere m'è mancata quella di lamentarmi e forse anche di mostrare alcuni cambiamenti nel modo di vedere le cose che mi hanno molto addolorata ma che alla fine ho dovuto accettare, seppure con difficoltà. Perché, innanzitutto, quando si cambia opinione su certe cose è perché ci si sente traditi da ciò che abbiamo creduto giusto e ci tocca dare ragione a un'idea che mai e poi mai avremmo voluto appoggiare. Chissà se riesco a spiegarmi. Vi dico solo che quando ho ascoltato Questa canzone ho pensato "Eccomi qua!", almeno per certi versi.

A parte questo, il 2016 mi ha portato diverse batoste, soprattutto di quelle sottili come una coltellata nel fianco, che non capisci da dove è venuta e quale necessità ci fosse di rifilartela. Roba di lavoro, che mi ha convinta che è tempo di cambiare, pure se non so quale direzione prenderò. Sono consapevole che le carogne e le persone disoneste si trovano dappertutto, solo che quando ci si ha a che fare in certi ambienti tutto appare più squallido.

A fine estate se n'è andata l'amata Miciccia, la gattina dei miei genitori: è un dolore potente, che ha sorpreso anche me che amo gli animali e che non trova consolazione.

E poi siamo stati tutti schiaffeggiati dalla perdita di David Bowie, Prince e tutti quei talenti la cui presenza era una guida, una consolazione, e che ci hanno lasciati a volte in maniera così assurda e inaspettata che ancora adesso non ci siamo ripresi dallo shock.

Se dovessi citare qualcosa di positivo di quest'anno dovrei pensarci un po' e poi vi direi che ho cucito molto più del solito, mi sono re-iscritta all'università, ho imparato delle cose e ne  ho capite di me... Bob Dylan ha ricevuto il Nobel per la letteratura, ma chi conosce la storia sa che è stato candidato e ricandidato per anni e -chissà perché- gli hanno sempre preferito scrittori oscuri che nessuno sa chi siano. Le polemiche e l'indignazione di alcuni (non escluse persone amiche) a noi Dylaniani fanno sorridere. Mentre lui, Bob, se ne frega proprio e lo ha dimostrato ampiamente. 
Mah, nonostante tutto vedo in tutto questo lasciare la spinta per proiettarsi oltre ciò che è stato finora e magari affrontare quanto che arriverà con i nervi un po' più saldi. Anche se una cosa che ho imparato quest'anno è che veramente può succedere qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. 
Buone Feste.






martedì 24 maggio 2016

lunedì 28 marzo 2016

Zombie Mixer

Entrare nella cucina di Speck è un po' come fare un viaggio nel tempo, ci si possono trovare alcuni interessanti reperti archeologici. Il mio preferito, diciamo così, è un piccolo frullatore risalente a quasi quarant'anni fa. Speck lo usa da sempre per grattugiare il formaggio per il risotto, noci e nocciole e di tutto un po', e ormai il povero elettrodomestico è esausto. Ricordo quella volta che un'amica portò a casa nostra avocado e lime per fare il guacamole, e nonostante i frutti fossero maturi, dopo diversi tentativi di ridurli in crema con il frullatore in questione, finì con lo schiacciare la polpa con una forchetta. Speck disse che la colpa era nostra, non sapevamo come usarlo: bastava scuoterlo come uno shaker mentre frullava.
L'amica ribatteva che l'oggetto vintage avrebbe fatto un'ottima figura in una vetrinetta decorativa, ma era del tutto inutile per cucinare. Non sono proprio riuscita a darle torto.

Due settimane fa ho sentito un borbottìo provenire dalla cucina: Speck stava cercando di rianimare il povero elettrodomestico, inutilmente. Onore al caduto, finiva un'era e c'era una concreta speranza che un nuovo frullatore, con nuove funzionalità e lame affilate, arrivasse a casa nostra.
Così pensavo. Ma come in un film di Sam Raimi, quando un finale glorioso si profila all'orizzonte e l'eroe (io) ci si sta avviando sorridente, da un muro spunta la mano insanguinata di uno zombie, e in questo caso la mano regge il mefitico frullatore. Novello dottor Frankenstein, Speck è infatti riuscito con ammirevole abilità a ridargli vita, e da quel giorno, inceppandosi e tossicchiando ogni tanto, il malefico aggeggio è tornato in azione (si fa per dire).
Pensavo che non sarei mai riuscita a liberarmi di lui. Poi, una sera, ho sentito nuovamente un borbottìo provenire dalla cucina. Sono corsa a vedere e la scena della tentata resurrezione del frullatore mi si è ripresentata. Speck lo aveva smontato e cercava il guasto. Trovatolo, aggiustatolo, rimontava il tutto, ma a quel punto non funzionava più. La cosa si è ripetuta una decina di volte, con il povero tecnico riparatore sempre più frustrato dalla resistenza alla rianimazione.

Qualche giorno fa sono rientrata dal lavoro e il frullino zombie non c'era più: sconfitto nonostante il suo impegno, Speck lo ha buttato via, ed è un peccato perché, come diceva la mia amica, si poteva sempre tenere come cimelio, oggetto di design da esporre. Ma se una notte dovessi sentire un frullare nell'oscurità...
Il frullino della palude nera