Qualche tempo fa scrissi un post sulle cover, ragionando su come si erano trasformate da omaggi ai grandi che le avevano scritte ed interpretate per primi in macchinette sfornasoldi per musicisti privi di ispirazione. Quando poi inizi a farci caso, scopri che ci sono le mode anche lì.
Fino a poco tempo fa si aggiungeva una ritmica elettronica e magari un rap al posto dell'inciso, in modo da rendere più "fico" ed attuale un vecchio, magari vecchissimo brano.
Adesso va forte la formula "Voce femminile quasi country e chitarra acustica": da "Dancing Queen" degli Abba a "One" degli U2 non c'è giorno che ci venga risparmiato lo smidollamento di un brano ritmato per ridurlo ad una mielosa poltiglia omogeneizzata da servire via radio ad un pubblico che non digerendo il rock o la dance neanche troppo veloce preferisce deglutirli senza masticare...
Quando gli Swans rifecero "Can't find my way home" dei Traffic, basando tutto il brano sulla voce bella ed inquietante della cantante portarono il significato di quella canzone ad un livello quasi mistico. Ancora mi mette i brividi.
Queste cover invece giocano facile su emozioni preconfezionate, appiattite. Allegria, tristezza, dolore, felicità, tutto diventa un solo sentimento di malinconia così così...
Vi prego, fatele smettere!
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lunedì 6 settembre 2010
mercoledì 12 agosto 2009
Gemella Frittella: (Don't) Cover Me

Una volta succedeva così: a Jimi Hendrix piaceva da matti una canzone di Bob Dylan, si metteva a strimpellarla e veniva fuori "All Along The Watchtower" nella versione che ben tutti conosciamo. Oppure Jim Morrison si ricordava di un gruppo irlandese che di nome faceva Them e di un brano che gli faceva contorcere le budella. Lo proponeva alla sua band e si incideva "Gloria". Eric Burdon spulciava i vecchi classici del folk blues americano e lanciava gli Animals tra le stelle con "The House of Rising Sun" in quella che è a tutt'oggi la sua veste più conosciuta. Tra una birra e l'altra Joe Cocker scatarrava "With a Little Help From My Friends" e faceva impallidire Sgt Pepper. David Bowie si provava una tutina di lamè canticchiando "It's Hard To Be a Saint in the City". La lista potrebbe proseguire per pagine e pagine.
Bei tempi. Tempi in cui le cover erano omaggi, ma soprattutto riletture personalizzate di brani famosi di musicisti amati; Come la farebbero gli Who? ci si sarebbe chiesti, e con un pò di fortuna la risposta sarebbe arrivata. In tempi recenti la cover migliore che riesca a ricordare è la "Highway 61" di PJ Harvey e molto più sotto "I Will Survive" rifatta dai Cake. Poi basta.
Da esercizio di stile che talvolta tramutava magicamente un brano modesto in un pezzo incredibile, colmandolo di qualcosa che l'autore non ci aveva visto, la cover è diventata il refugium peccatorum della mancanza di idee o del puro bisogno di quattrini.
Il declino definitivo è iniziato anni fa quando un gruppo del quale non ricordo il nome fece una versione lounge di "Light My Fire", trasformandola da inno all'amore fisico più sfrenato a musica da ascensore in cui instaurava un clima da aria condizionata.
E' vero, c'è stato Mike Flower Pops, il primo a "poppizzare" selvaggiamente il rock. Però signori, lui ha avuto l'idea, stava scherzando, non era il caso di prenderlo sul serio.
Invece no, in questi giorni mi tocca sentire "Hotel California" identica a quella degli Eagles con un pò di distorsore nel microfono del cantante e rimpiangere i Gypsy Kings, oppure "Changes" di David Bowie in una versione che sembra presa da una raccolta di sigle di cartoni animati cantate da Cristina D'Avena.
"Ragazzi, qui bisogna fare un pò di grana!" dice il produttore al gruppo
"Eh, sarebbe bello, ma sai com'è, non abbiamo idee..." rispondono loro
"So io cosa fare, prendiamo 'Space Oddity', ci mettiamo le maracas, la marimba e il gioco è fatto!"
"I nostri genitori ci butteranno fuori di casa."
Ma alla fine si fa e s'impesta l'etere di brani mediocri per non dire fetenti che rischiano di cancellare la memoria di quelli originali. Agli autori andranno pure le royalties, però a noi tocca sentirli!
mercoledì 5 agosto 2009
When in Sardinia: Eric Burdon Live in Narcao 2009
Il 2009 era stato finora assai deprimente sul fronte concerti: per un verso o per l'altro non ero riuscita ad assistere solo a quello di Beppe Voltarelli. Neanche Dylan ero riuscita a vedere. Poi, in Sardegna ne ho visti 2 in meno di 15 giorni, e di ottima qualità.
Il primo è stato quello dei Blues Disciple, band californiana con un chitarrista veramente notevole ed un cantante che per timbro di voce ricorda Stevie Ray Vaughan.
Il secondo (o terzo, vedrete poi perchè), è stato quello di Eric Burdon, stella attesissima del Festival Blues di Narcao, piccolo centro nel sud della Sardegna. Un festival arrivato alla sua diciannovesima edizione, che a vedere l'affluenza, gode di un certo seguito.
Il piccolo anfiteatro di cemento nel centro del paesino è rovente per la giornata di sole e impacchettato di fan. Non si direbbe, ma accanto ai molti ultraquaratenni ci sono anche solidi gruppetti di giovani, che -si scoprirà più tardi- conoscono a memoria le canzoni di Burdon. Il concerto è aperto da Lynwood Slim, un armonicista californiano accompagnato dalla Maurizio Pugno Band. Lui è bravo, anche se di armonica ne suona davvero poca e preferisce cantare. Come se non bastasse, ogni canzone è sottoposta al trattamento da jam session jazz: strofa, ritornello, assolo di chitarra, assolo di batteria, assolo di basso, assolo di tastiera, ritornello, finale.
Il che funziona per un paio di brani poi, onestamente stufa. Per quanto possa essere bravo il gruppo è uno schema che ripetuto all'infinito diventa prevedibile, una pura occasione di sfoggio della propria abilità. Bravi ma basta.
Dopo circa un'ora comunque, l'opening act lascia finalmente spazio al re della serata.
Eric Burdon arriva con la sua compatta power band che comprende un tastierista frikkettone, coi capelli lunghissimi e un'età imprecisata (Red Young), un chitarrista (Billy Watts), il poderoso batterista Brannen Temple, il bassista (Terry Wilson) e una giovane suonatrice di lira elettrificata (Georgia Ntagaki). Quest'ultima scelta, così apparentemente bislacca si rivela azzeccata: i brani più celebri acquistano nuove sfumature, nuova profondità. La dimostrazione che questo vecchio leone non ha mai smesso di sperimentare. La sua voce è quasi intatta, potente, e l'energia positiva si riversa sul pubblico.
L'organo Hammond sferraglia, la batteria è potentissima. Ricordo un altro concerto che vidi a Brescia con la stessa band in cui lo stesso batterista, intrattenne il pubblico suonando da solo per quasi mezz'ora, mentre gli altri bevevano una bibita dietro le quinte.
E' tutto perfetto, perfino l'aria fresca comincia a spirare dal mare. Peccato duri poco. Un'ora e un quarto comprendendo il bis (un'estenuante, bellissima "We gotta get out of this place" al calor bianco). Giusto il tempo per una manciata di successi ("Don't let me be misunderstood", "San Francisco nights", "Boom boom" etc), un delirante discorso di Eric su "House of the rising sun", una cover degli Stones ("Paint in black") e una canzone di Georgia Ntagaki.
Bellissimo! Fantastico! Eric Burdon non delude mai!
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