mercoledì 5 agosto 2009

When in Sardinia: Eric Burdon Live in Narcao 2009


Il 2009 era stato finora assai deprimente sul fronte concerti: per un verso o per l'altro non ero riuscita ad assistere solo a quello di Beppe Voltarelli. Neanche Dylan ero riuscita a vedere. Poi, in Sardegna ne ho visti 2 in meno di 15 giorni, e di ottima qualità.
Il primo è stato quello dei Blues Disciple, band californiana con un chitarrista veramente notevole ed un cantante che per timbro di voce ricorda Stevie Ray Vaughan.
Il secondo (o terzo, vedrete poi perchè), è stato quello di Eric Burdon, stella attesissima del Festival Blues di Narcao, piccolo centro nel sud della Sardegna. Un festival arrivato alla sua diciannovesima edizione, che a vedere l'affluenza, gode di un certo seguito.
Il piccolo anfiteatro di cemento nel centro del paesino è rovente per la giornata di sole e impacchettato di fan. Non si direbbe, ma accanto ai molti ultraquaratenni ci sono anche solidi gruppetti di giovani, che -si scoprirà più tardi- conoscono a memoria le canzoni di Burdon. Il concerto è aperto da Lynwood Slim, un armonicista californiano accompagnato dalla Maurizio Pugno Band. Lui è bravo, anche se di armonica ne suona davvero poca e preferisce cantare. Come se non bastasse, ogni canzone è sottoposta al trattamento da jam session jazz: strofa, ritornello, assolo di chitarra, assolo di batteria, assolo di basso, assolo di tastiera, ritornello, finale.
Il che funziona per un paio di brani poi, onestamente stufa. Per quanto possa essere bravo il gruppo è uno schema che ripetuto all'infinito diventa prevedibile, una pura occasione di sfoggio della propria abilità. Bravi ma basta.
Dopo circa un'ora comunque, l'opening act lascia finalmente spazio al re della serata.
Eric Burdon arriva con la sua compatta power band che comprende un tastierista frikkettone, coi capelli lunghissimi e un'età imprecisata (Red Young), un chitarrista (Billy Watts), il poderoso batterista Brannen Temple, il bassista (Terry Wilson) e una giovane suonatrice di lira elettrificata (Georgia Ntagaki). Quest'ultima scelta, così apparentemente bislacca si rivela azzeccata: i brani più celebri acquistano nuove sfumature, nuova profondità. La dimostrazione che questo vecchio leone non ha mai smesso di sperimentare. La sua voce è quasi intatta, potente, e l'energia positiva si riversa sul pubblico.
L'organo Hammond sferraglia, la batteria è potentissima. Ricordo un altro concerto che vidi a Brescia con la stessa band in cui lo stesso batterista, intrattenne il pubblico suonando da solo per quasi mezz'ora, mentre gli altri bevevano una bibita dietro le quinte.
E' tutto perfetto, perfino l'aria fresca comincia a spirare dal mare. Peccato duri poco. Un'ora e un quarto comprendendo il bis (un'estenuante, bellissima "We gotta get out of this place" al calor bianco). Giusto il tempo per una manciata di successi ("Don't let me be misunderstood", "San Francisco nights", "Boom boom" etc), un delirante discorso di Eric su "House of the rising sun", una cover degli Stones ("Paint in black") e una canzone di Georgia Ntagaki.
Bellissimo! Fantastico! Eric Burdon non delude mai!

1 commento:

  1. fico, la lira elettrica mi piace molto.
    Non faro' battute a sfondo monetario...

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