domenica 11 ottobre 2009

Di tutta l'erba

Occupandomi per lavoro e per passione della sordità (non quella della nonnina ottuagenaria ma quella di persone nate tali o divenute sorde in seguito a malattia), sono venuta in contatto col mondo della disabilità. Nonostante la peculiarità di questa condizione (che crea soprattutto un handicap comunicativo), una volta nel giro è quasi impossibile non venire in contatto con persone che lavorano con ciechi, autistici, e persone con handicap molto gravi, psichici e fisici. E se non conosci qualcuno che ci lavora, ti verrà quasi sicuramente offerto un lavoro con persone disabili.
Dopo un pò di tempo ti rendi però conto che per le istituzioni, una disabilità vale sostanzialmente un'altra. Al di là infatti delle sovvenzioni, è chiaro che per molti un sordo o un disabile motorio sono la stessa cosa di un autistico o di una persona affetta da sindrome di down.

Oltre ad essere di per sè una fesseria, perchè è ovvio che le terapie e le strategie didattiche (lavoro a scuola) non possono essere uguali per tutti, questo atteggiamento evidenzia un totale disinteresse a che i disabili entrino a pieno titolo a far parte della società, realizzandosi sia nella vita privata che in quella lavorativa. La cosa importante per le istituzioni sembra passare a qualcuno la patata bollente, poco importa se ha una preparazione adeguata. Succede così che molti sordi abbiano assistenti alla comunicazione che non conoscono la lingua dei segni e pretendono di essere ascoltate, o che ti venga proposto di seguire per le ferie persone con disabilità non identificate quando la tua specializzazione è sui non udenti. Potremmo parlare degli insegnanti di sostegno, che accettano il lavoro solo per una questione economica e a volte sono talmente disinteressati agli allievi che devono seguire dal cogliere qualunque occasione per abbandonarli con qualche compito assurdo mentre loro si dedicano ad altro. E questi sono solo i casi capitati a me.
Sono lavori mal pagati e poco considerati, dunque non ci si può aspettare grande qualità del servizio, anche se ho conosciuto persone che fanno molto più di quanto la paga imporrebbe loro. La sostanza comunque, è che a nessuno importa se un ragazzo con un qualunque handicap raggiunge il suo massimo di risultati a scuola, a nessuno importa che sia seguito adeguatamente con gli strumenti più adatti e integrato con tutti gli altri ragazzi. Sono tutti "handicappati" e quindi tanto vale isolarli in un gruppo unico.
E' un atteggiamento che genera pietismo e mancanza di professionalità, quando è l'ultima cosa di cui queste persone hanno bisogno. Insomma, non sarebbe ora di uscire da questa cultura della "provvidenza" che affida i bisognosi al caso e al buon cuore altrui? Non dimentichiamoci che di soldi intorno a queste persone ne girano un mucchio, solo che vanno troppo spesso a chi assume personale inesperto e lo manda allo sbaraglio, creando un altro tipo di problema, quello del lavoratore che se prende seriamente il suo ruolo si sente inadeguato e frustrato.
Son cose che fanno incazzare, ve l'assicuro.
La pietà non è necessariamente rispetto. E penso che i "disabili" se ne facciano ben poco della pietà e molto più del rispetto. Rispetto è dar loro la possibilità di realizzarsi come tutti gli altri, seguendo le loro esigenze, pretendendo anche perchè se nessuno pretende da noi, ci sediamo. Belle parole, che non sono la prima a dire, neanche l'ultima. Purtroppo.

1 commento:

  1. Hai assolutamente ragione, ma sarebbe anche il caso che proprio chi ha la specializzazione si incazzi e chieda di piu' in termini di trattamento professionale.
    Purtroppo questa situazione e' anche creata da coloro che fanno volontariato, io credo, perche' offrono di tappare i buchi lasciati dal governo e dalle istituzioni gratis.
    Il pericolo e' certo che senza questi volontari i disabili vengano lasciati ancora piu' soli. Capisco chi da' piu#' retta al cuore che al cervello, farei probabilmente anche io cosi.

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